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January 15
Il nuovo presidente deve giocare subito le sue carte contro la crisi
economica Ecco quali saranno le sue prime mosse, con un occhio al passato
I cento giorni di Obama, sulle orme di
Roosevelt
dal
corrispondente MARIO CALABRESI
HYDE PARK (New York) - Franklin Delano
Roosevelt era un coraggioso ottimista: da ragazzo ogni inverno correva con
un' iceboat, una barca a vela con i pattini che gli aveva regalato la
madre, sul fiume Hudson ghiacciato. Lo intravedeva dalle finestre di casa, tra
gli alberi, e nelle mattine più fredde dell'inizio del Novecento scendeva a
sfidarlo. "L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa", dirà
trent'anni dopo giurando come trentaduesimo presidente degli Stati Uniti, ma
questa volta non pensava alla tenuta del ghiaccio bensì alla democrazia del suo
Paese. La frase rimarrà la più famosa che abbia mai pronunciato, anche
se allora quasi nessuno lo applaudì sulle scale del Campidoglio e pochi giornali
la riportarono. Oggi è tornata di moda: Barack Obama se l'è studiata bene e da
quando la crisi economica ha cominciato ad essere paragonata alla Grande
Depressione, Roosevelt è diventato il suo portafortuna, l'esempio da cui
attingere a piene mani, il modello su cui ricalcare i primi Cento Giorni alla
Casa Bianca. Già all'inizio di ottobre, durante la campagna elettorale,
quando la paura per il crollo della finanza cominciava a dilagare, era salito su
un palco in Ohio e citando Roosevelt aveva detto: "Non è il tempo del panico, ma
il tempo per risolvere i problemi e ricostruire la fiducia". Per
diventare presidenti nel 1933, all'apice della Grande Depressione, di coraggio
bisognava averne parecchio, più di quanto ne serva oggi: all'alba di sabato 4
marzo, poche ore prima della cerimonia di insediamento, Roosevelt ricevette la
notizia che i governatori di Illinois, New York e Pennsylvania avevano ordinato
la chiusura di tutte le banche dei loro Stati a tempo indefinito dopo che ne
erano fallite 4mila. La disoccupazione superava il 25 per cento, la Borsa era
crollata del 75 per cento dal 1929, la fame e la povertà avevano conquistato
campagne e città ed era triplicato il tasso dei suicidi. Ma
Roosevelt apparve di fronte al Campidoglio di Washington e disse che non
bisognava avere paura: per cento giorni convocò il Congresso in sessione
straordinaria e tra il 5 marzo e il 16 giugno varò una serie senza precedenti di
provvedimenti d'emergenza che cambiarono la storia e il volto dell'America.
Il discorso per l'inaugurazione lo scrisse, in poco più di quattro ore,
la mattina di lunedì 27 febbraio 1933, qui nella casa di Hyde Park, quella
sull'Hudson dove era nato e cresciuto. E qui, dove oggi c'è la sua biblioteca
presidenziale in mezzo ai boschi e alla neve, bisogna venire per trovare le
radici della più straordinaria partenza che un presidente abbia mai fatto nella
storia americana e per capire cosa farà Barack Obama. Qui sono stati messi in
mostra i documenti, le carte, i libri e gli oggetti di quella corsa contro il
tempo e contro la paura che sono i Cento Giorni di FDR. "Bisogna agire e
agire subito", ripete Obama in ogni discorso da prima di Natale, ma la frase è
una delle tante che ha preso da Roosevelt, così come lo slogan: "Il nostro
obiettivo è rimettere la gente a lavorare". E poi ci aggiunge un motto delle
zone rurali d'America: "Shovel ready", ovvero "con la pala in mano", per dire
che è pronto a scattare al lavoro. Sul tavolino da notte del primo
presidente nero, per tutto l'autunno, c'è stato un libro del giornalista
Jonathan Alter che si intitola "The Defining Moment", il "momento cruciale", e
che racconta i primi tre mesi della presidenza Roosevelt e "il trionfo della
speranza". L'espressione defining moment gli è talmente piaciuta che l'ha usata
anche nel discorso della vittoria a Chicago, quando ha detto che "il cambiamento
è arrivato in America".
 Obama ha letto e riletto le 400 pagine
per capire prima di tutto come fece FDR a comunicare con i cittadini, a spiegare
cosa stava succedendo e a convincerli a ritrovare la fiducia. Roosevelt entrò
nelle case di più di 60 milioni di americani grazie alla radio: la domenica sera
parlava per mezz'ora e spiegava e rassicurava, erano nate le "conversazioni del
caminetto". Nella biblioteca di Hyde Park lo si può riascoltare: aveva un tono
pacato, uno stile intimo e informale, era didascalico, semplice e scandiva ogni
parola. Anche Obama ha riascoltato questi nastri, ha studiato ogni dettaglio
della voce e soprattutto ha cercato il segreto per tranquillizzare un popolo
ansioso e per bilanciare l'urgenza di agire con la necessità di diffondere
speranza. Ora Obama dice che con il suo discorso inaugurale vuole
spiegare nel modo più onesto e veritiero possibile quale è la situazione e quali
sono le idee migliori per superare la sfida. Roosevelt sperimentò molte ricette,
non tutte funzionarono ma lo sforzo fu incredibile: riportò la calma nel sistema
bancario, mise tre milioni di giovani a piantare alberi, costruire parchi e aree
protette, rifinanziò i mutui di un milione di persone che rischiavano di perdere
la casa o la terra, riscrisse le regole della finanza e varò il più grande piano
di lavori pubblici della storia finanziando 270mila progetti in tutta America.
Fece costruire ponti, tunnel, strade, dighe e centrali elettriche che arrivarono
a dare lavoro a due milioni e mezzo di persone. Spedì fotografi in ogni angolo
del Paese per testimoniare la disperazione e lasciare un documento storico della
Grande Depresione e della risposta del New Deal. Poi restituì la birra e un po'
di gioia agli americani cancellando il proibizionismo. Anche Obama si è
convinto che in un momento così particolare solo lo Stato può dare la spinta
necessaria per uscire da una recessione così profonda, per questo ha chiesto al
Congresso di approvare un piano di almeno 800 miliardi di dollari per rilanciare
l'economia. Per questo vuole ricostruire anche lui ponti, strade e scuole,
puntare sulle nuove fonti energetiche, ridare regole a Wall Street e restituire
speranza. Per conquistare i cittadini e cambiare il sentimento del Paese
pensa di utilizzare tutte le tecniche che ha sperimentato in campagna
elettorale: radio, televisione e internet per informare costantemente gli
americani di come sta spendendo i soldi, dando i numeri delle scuole in
ristrutturazione o dei posti di lavoro creati. Vuole tenere alta la
mobilitazione e comunicare in continuazione, scambiando mail con gli oltre
undici milioni di cittadini che sono entrati in contatto con lui durante la
campagna elettorale. Roosevelt dopo i discorsi radiofonici cominciò a ricevere
50mila lettere a settimana, dieci volte di più del suo predecessore, ma Hoover
aveva un solo segretario per rispondere alla corrispondenza, mentre lui mise una
squadra di 50 persone ad occuparsi della posta. La Casa Bianca venne invasa da
missive e telegrammi, ma Roosevelt non si montò la testa e capì subito che il
messaggio per essere efficace non poteva essere ripetuto in continuazione,
altrimenti avrebbe perso la sua forza, tanto che in 3.692 giorni alla Casa
Bianca tenne soltanto 31 "conversazioni del caminetto". Obama è convinto
del contrario, che la comunicazione sia un'offensiva continua e per questo ormai
riempie ogni spazio possibile con i suoi messaggi. I primi cento giorni di Obama
finiranno il 30 aprile, ma lui dice che preferirebbe essere giudicato sui primi
mille, quanti ne toccarono in sorte a Kennedy. Alla fine dei Cento
Giorni di Roosevelt la Grande Depressione non era scomparsa, la crisi si sarebbe
trascinata per tutto il decennio, ma in quattro anni la disoccupazione calò di
11 punti. Il presidente democratico, che venne rieletto per quattro mandati, era
riuscito a bloccare il crollo, a mantenere l'ordine, a tenere in piedi la
democrazia e soprattutto a restituire speranza agli americani. Il 16 giugno, quando i Cento Giorni di provvedimenti
speciali erano finiti, Roosevelt se ne andò in vacanza. Con un cappello bianco
in testa salì sullo sloop Amberjack II, una piccola barca a vela affittata in
Massachussetts, e navigò fino all'incantevole isola di Campobello in Canada,
dove la famiglia aveva una casa per l'estate e dove nel 1921 si era ammalato di
poliomielite. Non c'era mai più tornato, quel luogo di sogno si era trasformato
in un incubo, da allora non aveva mai più potuto camminare senza essere
assistito. Ma quel mese di giugno trovò il coraggio per farlo, dopo aver
sconfitto la paura dell'America e la sua.
(15 gennaio
2009)
January 14 Sele, tre autorità di bacino per un fiume di 65 km
E il Po, dieci volte più lungo?
Una sola
Una gestisce la sponda destra del corso d'acqua campano, una la sinistra,
una coordina
SALERNO — Provate a immaginarveli, i due fiumi. Uno, il Po, è lungo 652
chilometri e ha un bacino che interessa ben otto regioni. L'altro, il Sele, di
chilometri prima di gettarsi in mare ne deve percorrere appena 65, e in quanto a
competenza è affare che interessa solo la Campania e la Basilicata. A
immaginarli così come sono, tra i due non c'è ovviamente paragone. E invece, a
spulciare tra leggi regionali, delibere, decreti e documenti vari, si scopre che
occuparsi del Sele è una rogna che quelli del Po manco se la sognano. E sì, ché
mentre per gestire il più importante fiume italiano è sufficiente una sola
autorità di bacino, per il Sele — dieci volte più piccolo — ne servono
addirittura tre. Una per sponda («Autorità di bacino destra Sele» e «Autorità di
bacino sinistra Sele») e un'altra a collegare tutti, l'«Autorità di bacino
interregionale del fiume Sele».
La storia, per chi in parte se la ricorda, ha un suo antefatto. È il gennaio
di un anno fa, e in un provvedimento emesso nell'ambito di un'inchiesta su
presunti concorsi truccati (quella che passerà alle cronache come l'indagine sul
«sistema Udeur»), il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua
Vetere solleva il caso. Scrive, Francesco Chiaromonte, che il secondo fiume
della Campania e del Sud ha una particolarità. Come ogni fiume, il Sele ha due
sponde.
E, come può accadere solo in Campania,
ha un ente per ogni riva con il compito di gestire il corrispondente bacino. Le
ragioni? «Francamente inimmaginabili», chiosa il gip. O forse no, visto che i
due enti «svolgono autonomi concorsi e gare d'appalto per le ragioni più varie».
Insomma, c'è il doppio dei posti. Quel che il giudice non sa (o, meglio, che è
affare estraneo alle richieste su cui si deve pronunciare) è che le authority in
realtà sono tre. Ci sono quelle di destra e di sinistra (l'ultimo è l'ente dove
un ingegnere bocciato perché «troppo ignorante » verrà poi riciclato come
geometra), ma c'è — soprattutto — l'autorità di bacino interregionale. Che ha un
suo senso, per carità, dal momento che il bacino idrografico del Sele è
questione che interessa anche la Basilicata. Ma che — messa accanto alle altre —
fa un totale di tre authority per un solo fiume. Un po' troppo, se si pensa che
per il Po ne basta una sola, seppur di rilievo nazionale. E che ci sia qualcosa
che non vada lo conferma lo stesso assessore all'Ambiente della Regione Campania
Walter Ganapini: «Tre autorità di bacino mi sembrano un'esagerazione, una è più
che sufficiente ». L'ipotesi era quella di un accorpamento che salvaguardasse
tutte le professionalità (beninteso, è il numero di enti a far discutere, non la
capacità di chi ci lavora): il caso è finito all'attenzione del Ministero
dell'Ambiente che sta riorganizzando il settore, già pronti i tagli. La storia
delle tre autorità di bacino per un solo fiume è un racconto che parte
quattordici anni fa e attraversa le giunte regionali d'ogni colore, dal
centrodestra al centrosinistra. La motivazione ufficiale della loro creazione è
l'«ottica di distribuzione provinciale », cioè quella di affidare ad ogni ente
un bacino di competenza. «Ma la storia è tutt'altra», spiega Walter Ganapini,
uno che almeno ha il coraggio di dire ciò che tutti all'interno delle autorità
sussurrano ma che nessuno è disposto ad ammettere. E cioè che — come sospettava
quel giudice un anno fa — la moltiplicazione delle authority risponde a una
«logica clientelare».
Così, tanto per fare un esempio, è
sufficiente andarsi a rileggere le linee guida alla base dei progetti
stralcio di tutte e tre le autorità. L'obiettivo primario — ovviamente — è la
tutela delle acque del fiume. Ognuno per la sua competenza. Ora, come si faccia
a tutelare solo una parte di acqua che poi si mescola con l'altra confluendo
nello stesso fiume è concetto che non viene spiegato in alcun documento: e non
dev'essere cosa da poco, se lo stesso assessorato all'Ambiente reputa
«decisamente più opportuna» una gestione unificata. Cioè un solo ente. Un solo
ente, tra l'altro, consentirebbe anche un significativo «risparmio di risorse».
E sì, perché queste strutture, ovviamente, costano. E i costi, nel caso del
fiume Sele, sono moltiplicati per tre. L'«Autorità di bacino sinistra Sele», nel
2008, ha sottoscritto tre consulenze ed erogato fondi ad altri 45 esperti di cui
si è avvalsa: una spesa complessiva di 183.330 euro e 41 centesimi, con compensi
che arrivano fino ai 26.910 euro riconosciuti con la «determina » numero 89/2008
a un'ingegnera che s'è occupata del «rischio idraulico». Sull'altra sponda del
fiume, di consulenze pubbliche non c'è traccia. C'è invece un appalto — relativo
al «Piano stralcio per la tutela della costa» — assegnato il 31 maggio 2007 a
un'associazione temporanea di imprese composta da Vams ingegneria srl, Cspan srl
e Progettazioni integrate srl. Un altro bando da 185.000 euro («Aggiornamento
del vigente piano stralcio per l'assetto idrogeologico del territorio») doveva
scadere il 21 aprile 2008. A chi cercasse informazioni sul sito ufficiale
dell'autorità di bacino, risulterà invece ancora attivo. I consulenti,
ovviamente, li utilizza anche l'autorità interregionale. E, a seconda
dell'esperienza e della competenza necessarie per i singoli incarichi, si avvale
di professionisti diversi. Ci sono i junior, che guadagnano 150 euro ogni
ventiquattr'ore e lavorano 156 giorni, per un totale di 23.000 euro. E ci sono i
senior, che ovviamente costano di più. Quanto? Lo rivela un decreto del 28 marzo
2007 che ha come oggetto proprio la «nomina dei consulenti senior »:
percepiscono 250 euro (cioè più o meno mezzo milione di lire del vecchio conio)
al giorno, per un totale di 13.000 euro in 52 giorni, tetto massimo di
permanenza. I contratti specificano che si tratta di un «incarico occasionale»
(le consulenze lo sono per loro natura), ma non escludono espressamente che se
ne possa ottenere un altro successivamente. Soldi per le authority arrivano
anche dai fondi europei attraverso la linea di co-finanziamento del programma
comunitario Life. Solo che — in questo caso — non sempre i progetti hanno il via
libera. E così accade ad esempio che, quando l'autorità di bacino interregionale
elabora il «Progetto trota» e stima in 620.000 euro i fondi necessari al suo
finanziamento, dall'altro lato rispondano picche. Con tanto di (diplomatica?)
motivazione ufficiale: «Mancanza di fondi».
Gianluca Abate 14
gennaio 2009 January 06
Viaggio nell'aeroporto fantasma di Salerno
Tutti gli scontri e i dissidi tra consorzi, società e compagnie che ne hanno paralizzato l'attività
SALERNO - Lo scorso agosto, all'indomani del decollo del primo volo commerciale, stampa e politici locali lo avevano salutato come il nuovo «volano dell'economia campana» e il presidente della provincia di Salerno Angelo Villani era andato anche oltre dichiarando che lo scalo avrebbe assunto velocemente una «funzione strategica in un'ottica di attrattività del sistema turistico a livello nazionale e internazionale». Ma a soli quattro mesi da queste dichiarazioni entusiaste, «l'Aeroporto Salerno-Costa d'Amalfi» ha sospeso tutte le tratte commerciali e ad atterare sullo scalo situato nel comune di Pontecagnano-Faiano nelle ultime due settimane sono stati solo jet privati e piccoli charter. A causare l'attuale sospensione dei voli sono gli scontri e i dissidi tra il Consorzio Aeroporto Salerno (compagnia che gestisce lo scalo, formata da importanti enti locali del territorio e che possiede il 91 % delle azioni della «Società Aeroporto di Salerno Spa»), la Gan (Global aviation network), società di Fiumicino che fino a poche settimane fa organizzava i voli di linea e la Orion Air, compagnia aerea spagnola alla quale la Gan si è rivolta per il noleggio degli aerei.
UNA STRUTTURA FANTASMA - Lo scalo salernitano in questi giorni è una struttura fantasma: a differenza di quanto accade negli altri aeroporti italiani, affollati di gente che torna dalle vacanze natalizie, qui il silenzio regna sovrano ed è difficile incrociare anche i dipendenti dell'aeroporto. La spiegazione di questa singolare atmosfera è presto spiegata: lo scorso 18 dicembre la Gan con un duro comunicato stampa ha annunciato di sospendere tutti i voli di linea e le tratte commerciali. Risultato? Oltre 3.000 persone che avevano prenotato i biglietti per le vacanze natalizie sono rimaste a terra e innumerevoli proteste sono fioccate contro lo scalo salernitano. Senza passeggeri e con qualche sparuto volo charter, il «Salerno-Costa d'Amalfi», difficilmente raggiungibile a causa di una carente segnaletica stradale e per le vie strette e mal asfaltate, assomiglia sempre di più ad una «cattedrale nel deserto» che spunta in un territorio dove si vedono solo campi agricoli e tanta campagna. Appena entriamo nello scalo notiamo che il display che annuncia gli aerei in arrivo è in funzione. Ma naturalmente nessun volo di linea è in programma. La sola zona della struttura che all'apparenza non trasmette un senso di vuoto è quella che circonda l'unico «bar» dell'aeroporto. Ma è solo una momentanea illusione. Avvicinandoci, non solo notiamo che ai tavolini non vi è seduto nessuno, ma invece del comune bancone da bar, vi sono distributori automatici che offrono snack e bibite.
CRONOSTORIA - Come racconta il sito ufficiale dell'aeroporto, lo scalo nasce nel lontano 1926 come campo di fortuna creato dal Genio Aeronautico di Napoli. Fino all'anno scorso è stato utilizzato per lo più dalle scuole di volo e paracadutismo e da piccoli jet privati. Il primo volo di linea, Salerno-Milano Malpensa, è decollato il 2 agosto del 2008 e per quattro mesi dal «Salerno-Costa d'Amalfi» sono partiti e atterrati in media 33 voli settimanali. La tratta quotidiana verso Malpensa è sempre stata la più affollata, mentre le vendite dei biglietti per le altre destinazioni come Barcellona, Bucarest e Torino risultavano oscillanti. In meno di 150 giorni d'attività lo scalo è riuscito a conquistare oltre 20.000 passeggeri, cifra più che soddisfacente per un aeroporto con una pista che supera di poco i 1600 metri e sulla quale possono atterrare solo aerei con una capienza complessiva non superiore ai 100 posti. In realtà sono stati stanziati come fondi europei 49 milioni di euro per l'allungamento della pista, ma i lavori saranno portati a termine nei prossimi anni.
GLI SCONTRI - Dopo la decisione della Gan di bloccare i voli, gli attori principali di questa vicenda hanno cominciato ad accusarsi reciprocamente. La compagnia low-cost «Orion Air» sostiene che la Gan ha contratto nei suoi confronti ingenti debiti e dichiara che, finchè questi crediti che vanta non saranno pagati, è costretta a sospendere il servizio. Il tour operator di Fiumicino invece afferma che la Orion Air è la principale colpevole dei numerosi disagi lamentati dai passeggeri nei 4 mesi di attività: la cattiva manutenzione dei velivoli e i continui ritardi accumulati dagli aerei della società spagnola avrebbero fatto perdere credibilità e centinaia di utenti all'aeroporto campano. Tuttavia le bordate più dure la Gan le indirizza contro il sistema politico: come dichiara il comunicato stampa del tour operator, la politica locale «è stata così capace di influire negativamente sul destino dell'aeroporto da rendere la cosa del tutto inspiegabile agli occhi di una società che si stava impegnando con tutte le sue risorse, finanziarie, tecniche e umane, per fare funzionare i voli».
ACCUSE AI POLITICI - Guglielmo Rapicano, amministratore della Gan, si dichiara molto amareggiato per come, nei primi mesi di attività, è stato gestito l'aeroporto di Salerno e critica fermamente la politica locale: «Dal sindaco di Salerno Vincenzo De Luca fino all'ultimo degli amministratori locali, sono tanti i politici che hanno influenzato negativamente la gestione dello scalo» dichiara Rapicano. «Poi le promesse non mantenute sono innumerevoli. Ad esempio il consorzio ci aveva garantito la creazione nell'aeroporto di un deposito carburante fiscale, una struttura sotterranea che avrebbe permesso alla nostra società di avere benefici fiscali e pagare il petrolio a metà prezzo. Naturalmente non è stato fatto, ma gli aerei hanno continuato ad essere riforniti con il servizio autobotti, molto più oneroso. Inoltre da quando sono partite le tratte commerciali, il Comune di Salerno non ha speso nemmeno un euro per pubblicizzare il nuovo scalo». Secondo Rapicano l'unico modo per ridare vita all'aeroporto è creare una cordata di imprenditori e banche meridionali realmente interessate allo sviluppo del territorio che s'impegnino a finanziare una piccola compagnia aerea meridionale.
FUTURO - I dirigenti dell'aeroporto invece non sembrano affatto preoccupati per la sospensione dei voli e non accettano le critiche di Rapicano. Antonio Dattolo, direttore operativo dello scalo, dichiara di aver assunto l'incarico solo da qualche giorno, ma sottolinea di essere sicuro che fra non molte settimane l'attività dell'aeroporto riprenderà. Più esplicito Giovanni Basso, coordinatore amministrativo dello scalo, che si dichiara più che ottimista: «Più di una società si è già fatta avanti e ha dichiarato di voler lavorare nell'aeroporto. Dobbiamo valutare qual è l'offerta migliore. Le accuse rivolte contro di noi sono infondate: la Gan probabilmente non aveva le capacità per gestire un aeroporto in start-up. Tuttavia i numeri parlano chiaro: l'aeroporto di Salerno attira migliaia di passeggeri. Adesso bisogna solo farlo ripartire».
Francesco Tortora 04 gennaio 2009(ultima modifica: 05 gennaio 2009) January 02
Il nuovo mondo al tempo della crisi, Cade Ahmadinejad, Al Qaeda cerca di uccidere Obama mentre in Cina...
E' stato l'anno in cui si è smesso finalmente di far previsioni per l'anno a venire. È stato l'anno in cui si è dovuto rivedere ogni pronostico — per lo più verso il basso — come minimo tre volte. È stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne «La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli anni 1980 fino al 2007, l'economia mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la «grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza — inventari al minimo e consegne just-in-time — tanto più diventava vulnerabile a un massiccio crac sistemico.
LA GRANDE REPRESSIONE - È questo il significato reale della Grande Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato il punto più basso nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande Depressione simile per portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione industriale negli Stati Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 25‰. Né semplicemente di una Grande Recessione. Con il declino della produzione delle nazioni industrializzate per tutto il 2009 — nonostante i grandi sforzi delle banche centrali e dei ministeri delle Finanze — è apparsa sempre più azzeccata l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior crisi economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere. «Noi economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha confessato un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo il ritorno all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri che se la Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario, avremmo potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!».
LA BOLLA IMMOBILIARE - Alla radice del problema restava la bolla immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato. Ma non è stato così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto in perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al 10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato l'aggravarsi della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un vortice discendente.
«INVESTIRE IN INNOVAZIONE» - «La necessità saprà stimolare l'inventiva», dichiarava Obama nel discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se sapremo investire nell'innovazione, ritroveremo la fiducia nella creatività americana. Occorre costruire nuove scuole, non nuovi centri commerciali, e produrre energia pulita, non derivati tossici». Gli analisti concordavano che il discorso richiamava alla memoria le parole di Franklin Roosevelt, pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca nel 1933. Ma Roosevelt parlava quando il peggio della Depressione era passato, mentre Obama si dibatteva nel cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le ali, i mercati sprofondavano sempre di più. Il contagio si era esteso inesorabilmente dai subprime ai mutui non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale e alle obbligazioni delle società private, per tornare poi al settore finanziario. Entro la fine di giugno, l'indice Standard & Poor's 500 era sceso a 624, il livello mensile più basso dal gennaio del 1996, e di circa il 60% inferiore al massimo toccato nell'ottobre 2007.
L'INSOLVENZA DELLE BANCHE - Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza delle banche principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di ignorare. Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di dollari le perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali entro la fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il capitale rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre parole, venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate al di fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito — specie i mercati per i titoli obbligazionari cartolarizzati — erano rimaste quasi per intero paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al Tesoro americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per ricapitalizzare Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo una settimana dopo aver varato una controversa «megafusione» nell'industria automobilistica. A Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto loro, reclamavano senza sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra al mondo erano disposte a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle parole di un politico del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole accettare il fatto che le banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il loro capitale, ma se dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a scoprire che l'hanno perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche non sono mai state tanto mal gestite come queste banche».
I TASSI A ZERO - Nel primo trimestre, la Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la fine del 2008. In pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia, l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi «sostituti più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un indicatore chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la liquidità prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund del governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. ….
IL DEFICIT FEDERALE - Il governo federale americano non se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il valore complessivo di prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal Tesoro dall'inizio della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi di dollari. Nei dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale federale era aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely stimava che il deficit federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva raggiungere il 12,5% del Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il presidente Obama non avesse persuaso il suo principale consigliere economico, Lawrence Summers, a congelare la prevista riforma della sanità e i fondi aggiuntivi destinati a istruzione, ricerca e aiuti umanitari. Obama si era impegnato a formare un governo in cui fossero rappresentati equamente alleati e rivali. Ma i rivali avevano un bel po' di esperienza in più rispetto agli alleati. Risultato: un governo che parlava come Barack Obama ma pensava come Bill Clinton. I veterani dell'era clintoniana, con a capo il segretario di stato Hillary Clinton, ricordavano ancora la volatilità del mercato obbligazionario che li aveva tormentati nel 1993 (tanto che il manager della campagna elettorale, James Carville, aveva affermato che se esisteva la reincarnazione avrebbe voluto rinascere come mercato obbligazionario). Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit, avevano sollecitato Obama a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata specificatamente a contenere la crisi finanziaria.
IL DOLLARO - Ma il mondo era cambiato dai primi anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin, personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come molti avevano temuto. L'appetito estero per la moneta americana ha resistito alle bizzarrie della Fed, nella sua frenesia di stampare denaro, e i tassi di cambio effettivi si sono addirittura rivalutati nel 2009. Era questa l'ironia nel cuore della crisi: per moltissimi versi, la Grande Repressione portava l'etichetta «Made in America», ma le sue conseguenze si sarebbero rivelate più pesanti nel resto del mondo. Gli Stati Uniti sono così riusciti a salvaguardare la fama di «bene rifugio» per la loro moneta. Con il peggiorare della crisi in Europa, in Giappone e nei mercati emergenti, sempre più investitori hanno acquistato titoli del Tesoro in dollari.
GIAPPONE ED EUROPA - Per il resto del mondo, il 2009 si sarebbe rivelato un anno orribile. Il Giappone si è visto ripiombare nell'incubo deflazionistico degli anni 1990 con la rivalutazione dello yen e il crollo della fiducia dei consumatori. In Europa, le cose sono andate un tantino meglio. Nel 2008, i leader europei avevano puntato un dito accusatorio contro gli americani. Il presidente francese Nicolas Sarkozy era intervenuto al summit del G20 a Washington come se da solo avesse potuto salvare l'economia mondiale. Il premier britannico, Gordon Brown, aveva tentato di dare la stessa impressione, reclamando la paternità della strategia della ricapitalizzazione bancaria. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, nel frattempo, condannava senza mezzi termini l'immenso deficit americano. Entro il primo trimestre del 2009, tuttavia, lo stato d'animo in Europa si era fatto più cupo. Era chiaro che i problemi delle banche europee erano altrettanto seri di quelli che affliggevano la controparte americana. Anzi, le passività a breve termine delle banche di Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Italia erano ben maggiori, in rapporto alle economie di quei Paesi, mentre le banche di Germania, Francia e Danimarca si erano rivelate più esposte alla leva finanziaria. Per di più, in assenza di un ministero delle Finanze dell'Unione Europea, tutti i bei propositi riguardo un pacchetto europeo di stimolo all'economia sono rimasti quello che erano, cioè parole vuote. In pratica, la politica fiscale è diventata una questione di «si salvi chi può», e ogni Paese europeo ha improvvisato di propria iniziativa salvataggi e incentivi all'economia. Il risultato è stato caotico. Le valute esterne all'eurozona sono state colpite da grave volatilità. All'interno dell'eurozona, la volatilità è rimasta confinata al mercato obbligazionario, con i differenziali degli interessi sui titoli greci e italiani incapaci di tenere il passo con quelli tedeschi. Il quadro si è fatto ancor più preoccupante nella maggior parte dei mercati emergenti. In Europa orientale, i paesi più colpiti sono stati Bulgaria, Romania, Ucraina e Ungheria. Dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), il Brasile ha avuto l'anno migliore, la Russia il peggiore.
CINE E INDIA - È stato un anno pessimo per i paesi esportatori di gas e petrolio, dove il crollo dei prezzi che ha trascinato con sé anche valute come il rublo. Il mercato azionario indiano, nel frattempo, è stato scosso dalle crescenti tensioni tra New Delhi e Islamabad in seguito agli attacchi terroristici di Mumbai. L'instabilità politica ha colpito anche la Cina, dove disordini innescati dai licenziamenti a Shenzhen e altri centri di esportazione hanno provocato la pesante repressione del governo, ma anche il rinnovato sforzo da parte della Banca popolare della Cina di impedire la rivalutazione dello yuan, acquistando altre centinaia di miliardi di dollari del Tesoro americano. La «Chimerica» il rapporto simbiotico tra Cina e America - non solo è sopravvissuta alla crisi, ma ne ha tratto beneficio. Anche se la decisione di Obama di partecipare al primo vertice G2 a Pechino in aprile ha sconcertato alcuni liberali, gran parte degli osservatori ha riconosciuto che il commercio ha fatto passare in secondo piano la questione del Tibet, in un momento di grave crisi economica.
LA CREDIBILITÀ AMERICANA - Il carattere asimmetrico della crisi globale il fatto che gli scossoni si sono rivelati più distruttivi in aree periferiche piuttosto che all'epicentro - ha inflitto notevoli svantaggi agli Stati Uniti. Le speranze che l'America potesse sottrarsi, grazie alla svalutazione, al fardello del debito estero sono svanite quando sia il dollaro che i rendimenti a dieci anni hanno resistito al colpo. Ma i produttori americani non hanno ricevuto una boccata d'ossigeno dalla ripresa delle esportazioni, come sarebbe accaduto con la svalutazione. La Fed è riuscita, a malapena, a mantenere l'inflazione in territorio positivo. Coloro che temevano un'inflazione galoppante e la fine del dollaro come valuta di riserva sono rimasti a bocca aperta. I problemi del resto del mondo, tuttavia, indicavano che in termini relativi gli Stati Uniti si sono avvantaggiati politicamente ed economicamente. Molti analisti avevano avvertito nel 2008 che la crisi finanziaria avrebbe conficcato l'ultimo chiodo nella bara della credibilità americana in tutto il mondo. I neoconservatori erano già stati screditati in Iraq, e ora veniva affossata la politica di Washington del libero mercato.
LA CADUTA DI AHMADINEJAD - Ma non erano stati presi in considerazione due fattori: il primo, che quasi tutti gli altri sistemi economici avrebbero superato la crisi assai più malconci degli Stati Uniti. I Paesi che più vigorosamente avevano criticato l'America - Russia e Venezuela - ne erano usciti con le ossa rotte. Il secondo, che la presidenza di Barack Obama avrebbe risollevato enormemente la reputazione internazionale americana. ….. Se occorrevano prove per dimostrare che la costituzione americana era più che mai attuale, che l'America aveva scontato il suo peccato originale della discriminazione razziale, che gli americani erano pragmatici, non seguaci di ideologie, la dimostrazione era sotto gli occhi di tutti. Non tanto che il nuovo «New Deal» di Obama - annunciato dopo l'allontanamento dei clintoniani a inizio settembre - avesse prodotto un miracolo economico (nessuno se lo aspettava), quanto piuttosto che l'acquisizione federale delle grandi banche e la conversione di tutti i debiti ipotecari delle famiglie in nuovi titoli «Obama » a cinquant'anni segnalavano una stupefacente audacia da parte del nuovo presidente. Lo stesso poteva dirsi della decisione di Obama di volare a Teheran a giugno, una decisione che ha guastato i rapporti con Hillary Clinton, i cui sostenitori non si sono mai ripresi dalla vista dell'ex candidata presidenziale avvolta nel velo islamico. Non che la cosiddetta «apertura all'Iran» abbia prodotto grandi miglioramenti in Medio Oriente (nessuno se lo aspettava). Ma il solo gesto, come la visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, simboleggiava la volontà di Obama di riconsiderare le basi stesse della strategia globale americana. E la caduta del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - seguita subito dopo dalla rinuncia al programma di armamenti nucleari - è stata una ricompensa meritata. Con l'economia a pezzi, i pragmatici di Teheran si sono dichiarati pronti a fare la pace con il «Grande Satana», in cambio di investimenti indispensabili alla ripresa del paese.
AL QAEDA E OBAMA - Nel frattempo, il tentativo fallito di Al Qaeda di assassinare Obama - alla vigilia della Festa del Ringraziamento - è servito a screditare l'estremismo islamico e a rafforzare l'immagine pubblica del presidente statunitense. Tra le tante ironie del 2009, il risveglio religioso sollecitato dalla crisi economica è andato a tutto vantaggio dei democratici, anziché dei repubblicani, segnati da profonde divisioni. Entro la fine dell'anno, per la prima volta si è avuta la sensazione - e non solo la speranza che la fine della Grande Repressione fosse imminente. La spirale discendente del mercato immobiliare e del sistema bancario in America era stata finalmente interrotta dalle drastiche misure che il governo inizialmente aveva esitato a varare. Allo stesso tempo, i ben più gravi problemi economici del resto del mondo hanno dato a Obama l'occasione unica di riaffermare la leadership americana, specie in Asia e in Medio Oriente. Quel «momento unipolare» è finito, indubbiamente. Ma il potere è un concetto relativo, come il presidente ha fatto notare nell'ultima conferenza stampa dell'anno: «Avevano detto che l'America era destinata al declino, e certamente quest'anno ci siamo ritrovati tutti più poveri. Ma gli altri sono scesi ancora più in basso, e l'America ha conservato il primo posto. Nel paese dei ciechi, dopo tutto, chi ha un occhio solo è re». E con un sorrisetto ammiccante, il presidente Barack Obama ha augurato al mondo intero un felice anno nuovo.
Niall Ferguson © The Financial Times Limited 2008 02 gennaio 2009 December 01
Madagascar, Daewoo e neocolonialismo
http://it.youtube.com/watch?v=B39Gxz-O_lU
Che cosa hanno in comune Madagascar e Corea del Sud ? In apparenza nulla. Il primo è un Paese in via di sviluppo, il secondo è una potenza economica. Uno sta in Africa, l'altro in Asia. I malgasci hanno un territorio incontaminato. Ai coreani manca il terreno coltivabile. Il Madagascar ha 28 abitanti per km2, la Corea del Sud 493 abitanti per km2. Due Paesi diversi tra loro, ma accomunati oggi dalla Daewoo e dal neocolonialismo senza capitali. Tronchetti e Colaninno hanno fatto scuola anche all'estero. Un tempo si regalavano collanine e pietre lucenti agli indigeni in cambio di ogni ben di Dio. Oggi neppure quelli. La Corea del Sud ha bisogno di mais, di olio di palma, di prodotti dell'agricoltura. Il Madagascar ha terra. La Daewoo sigla un accordo con il governo del Madagascar. Cessione di 1,3 milioni di ettari coltivabili per 99 anni. Più della metà della terra coltivabile del Paese (2,5 milioni di ettari). Il tutto GRATIS. In cambio la Daewoo si impegna ad assumere i malgasci come contadini.
 Immagine dal Financial Times
Secondo mister Hong, manager della Daewoo: "E' terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar." I prodotti di 1,3 milioni di ettari del Madagascar saranno inviati in Corea del Sud per il suo fabbisogno, è probabile che neppure una pannocchia rimanga ai malgasci. Il Madagascar fa parte del World Food Programme da cui riceve cibo per 600.000 persone che vivono al limite della sussistenza. Gente alla fame alla quale si aggiungeranno migliaia di piccoli agricoltori con le loro famiglie.
 Distruzione foreste in Madagascar - foto Foko -Madagascar
Gli 1,3 milioni di ettari sono in gran parte foreste. Saranno distrutte con pesanti effetti sul clima.Il contadino del Madagascar viene espropriato della terra, il cibo viene inviato all'estero, il suo ambiente viene distrutto. In cambio potrà lavorare per la Daewoo. Che culo! Chi ha risorse non ha soldi. Chi ha soldi si compra le risorse. Ma cosa sono i soldi? Da dove provengono? Indovinate. Dalle risorse di chi non ha soldi. L' Africa ha la maggior parte della terra fertile non coltivata del mondo e la maggior parte dei morti di fame. Una ragione ci sarà. October 13
Se la finanza è spazzatura
Repubblica — 23 settembre 2008 pagina 40 sezione: CULTURA
Gli scettici hanno ribattezzato il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari prospettato da Henry Paulson e destinato a sanare il sistema finanziario statunitense "cash for trash" (liquidi in cambio di spazzatura). Altri definiscono l' intervento proposto "Autorizzazione all' uso della forza finanziaria", sulla falsariga dell' "Autorizzazione all' uso della forza militare", il famigerato provvedimento che ha dato il via libera all' Amministrazione Bush per l' invasione dell' Iraq. C' è qualcosa di esatto in questa allusione. Tutti concordano sul fatto che è necessario fare qualcosa di incisivo, ma Paulson pretende di ottenere poteri straordinari per sé - e per il suo successore - per utilizzare il denaro dei contribuenti per un progetto che, per come la vedo io, non ha senso. Cerchiamo perciò di riflettere sulla situazione per conto nostro. Vi propongo una riflessione personale in quattro fasi sull' attuale crisi finanziaria: 1. Lo scoppio della bolla immobiliare ha portato a un' impennata di insolvenze e pignoramenti di beni ipotecati che a sua volta ha comportato un repentino crollo dei titoli garantiti da prestiti ipotecari, asset il cui valore in definitiva dipende interamente dai pagamenti dei mutui; 2. Queste perdite finanziarie hanno lasciato molti istituti finanziari a corto di capitale, inadeguato a far fronte ai loro debiti. Questa circostanza è particolarmente grave perché negli anni della bolla moltissime persone hanno contratto debiti; 3. Poiché gli istituti finanziari si sono ritrovati con capitali troppo esigui rispetto al loro indebitamento, non sono stati capaci o disposti a fornire il credito di cui l' economia ha bisogno; 4. Gli istituti finanziari hanno cercato di onorare in contanti il loro debito vendendo asset vari, tra i quali i famosi titoli garantiti da prestiti ipotecari, ma ciò conduce al ribasso dei prezzi degli asset e peggiora la loro posizione finanziaria. Questo circolo vizioso è denominato da alcuni "il paradosso del deleveraging". Il piano Paulson prospetta che il governo federale rilevi un corrispettivo di asset problematici pari a un valore di 700 miliardi di dollari, in buona maggioranza titoli garantiti da prestiti ipotecari. In che modo ciò può risolvere la crisi? Beh, potrebbe - e dico solo potrebbe - spezzare il circolo vizioso del deleveraging, il quarto punto del mio sintetico schema. Ma anche questo non è così scontato: i prezzi di molti asset, non soltanto quelli che il Tesoro si ripromette di acquisire, sono sotto pressione. Anche se il circolo vizioso è limitato, il sistema finanziario sarà in ogni caso impedito dalla ristrettezza di capitali. Per meglio dire, sarà ostacolato da capitali inadeguati se il governo federale non pagherà cifre esorbitanti per gli asset che è disposto a rilevare, distribuendo così agli istituti finanziari - e ai loro azionisti e dirigenti - un' inattesa quanto provvida manna dal cielo a discapito dei contribuenti. Ho già fatto presente che questo piano non è affatto di mio gradimento? La logica della crisi parrebbe suggerire un intervento in coincidenza della seconda fase, non della quarta: il sistema finanziario necessita di più capitali. Se il governo fornirà capitali agli istituti finanziari, dovrebbe assicurare ciò a cui hanno diritto coloro che forniranno i capitali - una partecipazione di proprietà, per esempio, così che tutti gli utili acquisiti se il piano di salvataggio dovesse funzionare in primo luogo non finiranno nelle tasche di coloro che hanno combinato questo grande pasticcio. Questo è quanto si è fatto con la crisi dei risparmi e dei prestiti: la Fed assunse il controllo delle banche che andavano male, non soltanto dei loro asset che andavano male. Lo si è fatto anche nel caso di Fannie e Freddie. (A proposito: questa operazione di salvataggio ha conseguito ciò che si riprometteva di conseguire. Da quando è subentrata la Fed i tassi di interesse sui mutui sono scesi parecchio). Si aggiunga a ciò il fatto che Paulson pretende altresì di avere un' autorità assoluta, oltre all' immunità in caso di controlli effettuati "da qualsiasi tribunale o agenzia amministrativa", e tutto ciò mi pare contribuisca a farne una proposta inaccettabile. Sono consapevole che il Congresso è sottoposto a enormi pressioni per approvare nei prossimi giorni il piano di Paulson, aggiungendo di suo al massimo qualche modesto ritocco che lo renda nel complesso un po' meno pregiudizievole. In sostanza, dopo aver trascorso un anno e mezzo a rassicurare tutti che tutto era sotto controllo, adesso l' Amministrazione Bush sostiene che il cielo ci sta cascando addosso e che per salvare il mondo dobbiamo fare esattamente quello che ci dice adesso. In questo preciso, precisissimo, istante. Vorrei invece esortare il Congresso a prendersi una piccola pausa. A fare un respiro profondo e a cimentarsi in una rielaborazione ponderata della struttura dell' intera operazione, trasformandola in un progetto in grado di occuparsi seriamente del problema reale. Il Congresso non si lasci dunque indurre ad approvare questo progetto in tutta fretta: se il piano dovesse essere approvato nella sua forma attuale, come pure in una ad essa alquanto simile, in un futuro non troppo lontano potremmo ritrovarci tutti a rammaricarcene profondamente. © New York Times 2008 (Traduzione di Anna Bissanti) Joseph E. Stiglitz La globalizzazione e i suoi oppositori Einaudi 2006 I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell' economia Einaudi 2005 Bernard Rosier Le teorie delle crisi economiche Bonanno 2003 Albert O. Hirschman Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato Bompiani 2002 Lorenzo Bini Smaghi Chi ci salva dalla prossima crisi finanziaria? Il Mulino 2000 Edward Chancellor Un mondo di bolle Carocci 2000 Karl Polanyi La grande trasformazione Einaudi 2000 Annie Goldmann Gli anni ruggenti (1919-1929) Giunti 1994 Charles P. Kindleberger Storia delle crisi finanziarie Laterza 1991 - PAUL KRUGMAN
ECONOMIA
Grande critico del presidente Bush, l'economista viene definito un neo-keynesiano Professore a Princeton, in passato al Mit, è anche editorialista del New York Times
Il Nobel per l'economia a Krugman per gli studi sulla globalizzazione
Ha rivoluzionato le teorie classiche sugli scambi commerciali Il commento: "Credo nel mio lavoro, spero che il premio non cambi troppo le cose"
di ROSARIA AMATO
STOCCOLMA - Il premio Nobel per l'Economia è stato assegnato quest'anno allo statunitense Paul Krugman, storico oppositore della politica economica ed estera di Bush e noto come economista neo-keynesiano, teorico cioè dell'intervento dello Stato per regolare il mercato. Il riconoscimento, ha reso noto l'Accademia Reale Svedese delle scienze, è stato attribuito all'economista per i suoi lavori sugli scambi commerciali internazionali. ''Credo molto nel proseguimento del mio lavoro. Spero che questo non cambi troppo le cose'', è stato il commento a caldo di Krugman all'assegnazione del prestigioso premio, istituito nel 1969. Nato nel 1953 a Long Island, Krugman è professore all'università di Princeton (ma per molti anni ha insegnato al Mit) ed editorialista del New York Times. Krugman è anche uno dei pochi studiosi che aveva osservato con largo anticipo i rischi che hanno poi generato la crisi finanziaria. Profetico il suo libro scritto nel 2001 "Il ritorno dell'economia della depressione. Stiamo andando verso un nuovo '29?'. Nel 1991 ha ottenuto il prestigioso riconoscimento John Bates Clark Medal dall'Associazione americana per l'economia. E' diventato molto popolare, molto conosciuto al grande pubblico, soprattutto per i suoi attacchi a Bush, in particolare in occasione del taglio delle tasse (inutilmente gravoso per il bilancio pubblico, a detta di Krugman) e della guerra in Iraq. Ma non bisogna confondere l'assegnazione del Nobel con una 'discesa in campo' contro il presidente americano e a favore di un intervento statale nell'economia da parte dell'Accademia delle scienze svedese, afferma Francesco Daveri, professore ordinario di Politica Economica presso la Facoltà di Economia dell'Università di Parma e redattore del sito economico Lavoce.info.
"Non credo che l'Accademia delle Scienze faccia scelte di campo, - osserva Daveri - semplicemente ha dato il premio Nobel a chi ha cambiato il modo in cui gli economisti pensavano alla globalizzazione. Dopo le sue pubblicazioni, lo studio dell'economia internazionale non è stato più lo stesso. Nel momento in cui lui ha iniziato a studiarla, molti avevano sfiducia nella globalizzazione e nelle sue conseguenze. Lui non l'ha certo presa come oro colato, i suoi studi dimostrano anche che il mondo globale è molto più soggetto alle crisi. Ma è riuscito a valutarlo in tutta la sua complessità. Scoprendo, per esempio, che non valeva più la teoria dei rendimenti costanti di scala, in base alla quale che un'azienda fosse piccola o grande non faceva differenza ai fini della competizione. Invece quelle che riescono a esportare meglio delle altre, e quindi a competere, sono proprio le grandi aziende che diventano multinazionali. Una considerazione che sembra banale, però prima di lui per qualche strana ragione gli economisti non ci avevano pensato, e se ci avevano pensato non avevano superato le difficoltà di ordine tecnico che impedivano di sviluppare dei modelli". Teorico della globalizzazione, e del commercio internazionale, ma non paladino delle barriere doganali, a differenza di quanto qualcuno per un certo tempo ha interpretato. "Le sue teorie economiche erano state interpretate erroneamente come un modo per fornire un supporto a politiche protezioniste, - ricorda Daveri - si diceva che se quello che conta è avere aziende grandi, allora occorre proteggerle finché non sono grandi, è la teoria dell' infant industry. Però lui ha anche spiegato che si trattava di una vecchia tesi degli anni '50, non più valida. Un'efficienza protetta produrrà Alitalia, non certo Wal-Mart o Nokia". Altra scoperta fondamentale della teoria economica di Krugman è quella relativa alla concorrenza nei mercati globali: "Prima dei suoi studi - spiega Daveri - l'ipotesi era che tutti i mercati fossero in concorrenza perfetta. Krugman ha dimostrato che molto spesso sono invece oligopoli, ognuno vende un prodotto un po' differente dagli altri e questo lo rende oligopolista, anche perché i consumatori si affezionano ad alcuni beni, che comprano più volentieri. E allora come fanno le imprese a commerciare? Questa teoria dimostra che pertanto esistono buone ragioni per specializzarsi e per commerciare con molti Paesi, e per avere economie aperte, non difese dai dazi. I gusti delle persone sono variegati, ecco perché conviene il commercio internazionale". Al di là del peso delle sue teorie economiche, Krugman è decisamente un economista 'alla moda', i suoi commenti sono molto letti. E tutto sommato, nonostante gli attacchi a Bush e la vicinanza al Partito democratico, può essere considerato in parte politicamente 'trasversale', essendo stato, anche se per un breve periodo, consigliere dell'allora presidente repubblicano Ronald Reagan. "La sua posizione di fustigatore dei tagli di tasse di Bush, le forti critiche verso l'atteggiamento repubblicano che nega anche l'esistenza di una spesa pubblica e il ruolo del governo dell'economia non c'entrano niente con la sua teoria sul commercio internazionale. - chiarisce Daveri - Però sicuramente c'è un collegamento tra le sue teorie e la crisi internazionale che in questo momento stanno attraversando i mercati. Krugman ha studiato come possano insorgere molto rapidamente e in modo improvviso crisi là dove per molto tempo non è emerso niente, come situazioni che sembravano tollerabili possano diventare drammatiche. In questi casi, le sue 'ricette' sono però molto ortodosse. In questi giorni ha mostrato di apprezzare gli interventi dei governi europei, meno quello di Paulson. In generale, Krugman ha una buona fiducia nell'intervento statale di carattere temporaneo". ( 13 ottobre 2008) October 06
La penisola della paura dove la tolleranza fa perdere consensi
di ILVO DIAMANTI
IL CONTAGIO razzista ha coinvolto l'Italia. Perlomeno: nel linguaggio pubblico. Fino a ieri l'altro era un tabù. Ora, invece, le autorità religiose e politiche ne parlano esplicitamente. Il Papa, il presidente della Repubblica e perfino quello della Camera, Gianfranco Fini. Leader di destra. Perfino il sindaco di Roma, Alemanno, che ha espresso le scuse della città a un cittadino cinese, malmenato nei giorni scorsi da un gruppo di bulletti. Dunque, il tabù si è rotto. Oggi a denunciare il razzismo degli italiani non sono esclusivamente i "soliti noti". Sinistra radicale, no global, cattolici solidali. Giornali come il Manifesto e Famiglia Cristiana. Ma ciò solleva il rischio opposto. Scivolare dalla drammatizzazione alla banalizzazione. "Allarme siam razzisti?" No, se intendiamo definire, in questo modo, l'orientamento e il comportamento degli italiani. O meglio: il razzismo c'è, in Italia, come nel resto d'Europa. Dove gli episodi di intolleranza sono numerosi e violenti, anche più che da noi. In Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Belgio, in Spagna. D'altronde, l'importanza del fenomeno è sottolineato dai successi elettorali di formazioni politiche di impronta apertamente xenofoba. Da ultimo, in Austria, una settimana fa. La reticenza è, dunque, pericolosa, quanto la generalizzazione. Tanto più, il sensazionalismo, che sposta il fenomeno al centro dei talk show e nei titoli di prima pagina. D'altronde, gli episodi di razzismo, probabilmente, esistevano anche prima, (sempre troppo) numerosi. Ma non se ne parlava, perché le vittime, per prime, preferivano tacere. Come è avvenuto, in passato, per le violenze sessuali sulle donne e sui minori. Ora invece il clima è cambiato e gli episodi di razzismo sembrano moltiplicarsi, anche perché - più di ieri - sono riconosciuti come tali e denunciati. Anche se, di fronte alle ripetute aggressioni ai danni di stranieri e rom, è diffusa la tendenza a sostenere che "il razzismo non c'entra". Oppure a giustificarle: conseguenze della "legittima furia popolare" (come ha osservato Gad Lerner, su questo giornale). Invece, il razzismo c'è. La tentazione di costruire barriere fra noi e gli altri, in base a fondamenti in-fondati e in-dimostrabili. Come l'idea stessa di "razza", d'altronde. Il razzismo c'è. Allontanarlo da noi con un gesto di fastidio, non aiuta ad affrontarlo. Il razzismo esiste: in Italia come altrove. La storia e l'esperienza non rendono immuni neppure la Germania, l'Austria o la Francia.
Tuttavia, il confronto su base europea mostra come in Italia l'allarme sollevato dagli immigrati sia fra i più elevati. Il più alto, in assoluto, fra i paesi della vecchia Europa. Come emerge, chiaramente, dall'indagine europea curata da Demos, laPolis e Pragma (in collaborazione con Intesa Sanpaolo). In particolare, l'Italia è il paese dove l'allarme suscitato dagli stranieri è più forte, relativamente alla sicurezza e all'ordine pubblico, come denuncia una persona su due. In paese dove, al tempo stesso, i "pregiudizi positivi" si attestano su livelli più bassi. Meno della metà della popolazione accetta l'immagine degli immigrati come "risorsa dello sviluppo" oppure "fattore di apertura culturale". L'Italia, in particolare, è il paese in cui tutti gli indici di allarme son cresciuti maggiormente, negli ultimi anni. Come se qualcosa avesse abbassato le nostre difese, le nostre inibizioni. Alimentando la nostra paura. Madre del razzismo, come ha scritto Zygmunt Bauman nei giorni scorsi sulla Repubblica. Il razzismo, allora, forse non è un'emergenza, come ha sostenuto ieri il ministro Maroni. Ma lo è sicuramente la xenofobia. Letteralmente: la "paura dello straniero". Che ha diverse cause, comprensibili, e che vanno comprese, se la vogliamo contrastare. Una su tutte: la distanza fra rappresentazione e realtà. La realtà è che ci siamo trasformati in un paese di immigrazione, dopo che per oltre un secolo è avvenuto il contrario. In poco più di un decennio il peso degli immigrati è passato dallo 0 virgola al 5-6% della popolazione. In alcune aree, soprattutto nel Nordest e nelle province più produttive del Nord, questa misura è doppia, talora tripla. In dieci anni o poco più abbiamo raggiunto e superato paesi in cui questi processi hanno storia e tradizione assai più lunghe. Abbiamo "il primato dell'immigrazione veloce", come hanno scritto i demografi Billari e Dalla Zuanna, in un recente saggio ("La rivoluzione nella culla", Università Bocconi Editore). La realtà è che ci siamo adattati altrettanto in fretta. Non siamo stati travolti. In particolare, le zone dove si registrano i maggiori indici di integrazione (come sottolinea il periodico rapporto della Caritas) sono proprio quelle dove l'immigrazione ha assunto proporzioni più ampie. Il Veneto, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia. Fra le province: Bergamo, Treviso, Vicenza. Dove, cioè, la Lega è più forte. Ma la rappresentazione è opposta, perché proprio qui la "paura dell'altro" è più elevata. In altri termini: abbiamo accolto e integrato milioni di stranieri - perché ne abbiamo bisogno, dal punto di vista economico, dell'assistenza, ma anche della demografia. Ma si stenta ad ammetterlo, ad accettarlo. In parte, è inevitabile. Flussi di stranieri tanto ampi e tanto rapidi generano inquietudine. Soprattutto se non sono regolati da politiche adeguate (sociali e urbane), a livello locale. Se si "permette" la concentrazione degli stranieri in ampie periferie degradate. La paura, tuttavia, è alimentata dall'uso politico dell'immigrazione. Dal fatto che la paura degli immigrati e dei rom "paga". In termini elettorali e di consenso. La stessa legislazione riflette questo sentimento. Si preoccupa di rassicurare assecondando la diffidenza. Promette di "arginare" gli stranieri alle frontiere. Oppure di regolarne i flussi, in base a quote irrealistiche. Con l'esito che gli stranieri continuano ad entrare, lasciando dietro sé una scia di morte che non emoziona quasi nessuno. E quando sono in Italia diventano "clandestini". Per legge. Per la stessa ragione, si irrigidiscono le restrizioni agli istituti che rafforzano l'integrazione. Primo fra tutti: i ricongiungimenti familiari. Così gli stranieri diventano viandanti di passaggio. "Altri" da cui difendersi. Invece di promuovere un modello - magari involontario - che ci ha permesso di "sopportare" e, anzi, di integrare flussi di immigrati così imponenti in così poco tempo, ci si affretta a negare l'evidenza. Si indossa la maschera più dura. Perché la faccia tollerante non è di moda. Fa perdere consensi. Per contrastare il razzismo, si dovrebbe, quindi, combattere la paura. Invece, viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano. Questa pianta dai frutti avvelenati, che cresce nel giardino di casa nostra.
(6 ottobre 2008) September 27
La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati "che rubano il lavoro"
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 "i pendolari della fame"
2008, fuga dalla Campania Ma lo Stato fa finta di nulla
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
CASERTA - I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell'autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l'indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord. Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell'Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c'è lavoro, niente. "Salire" però è un lusso. Chi "va via", chi "lavora su", acquista il diritto di credere in un imprevisto. "Il sottoproletariato marginale - dice Giovanni Laino, dell'Associazione Quartieri spagnoli di Napoli - è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni". Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale. Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l'unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant'anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall'alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.
Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il "rinascimento campano" è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all'estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. "Più dei rifiuti - dice il sociologo Giovanni Sgritta - più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati". Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all'usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. "Era un amico - dice - per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant'anni". È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al "Sistema". La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare "pali", in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. "Ormai - dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana - solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell'abisso del razzismo". Non è, purtroppo, un'emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. "I poveri sono anonimi e faticosi - dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia - e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell'opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l'Africa dell'Europa: con più violenza e meno dignità". I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l'affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all'anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento. Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. "L'agghiacciante verità taciuta - dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d'Italia - è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità". Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla "questione meridionale", nessun aiuto concreto. L'Italia, con la Grecia, è l'unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L'unica ad aver cancellato ogni sostegno. Finiti i soldi anche per l'assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l'esclusione sociale, è ignorato. Il nuovo governo non l'ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. "Questa volta - dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio - i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti". Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. "La Campania - dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità - non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d'opera clandestina e ammorbidire l'islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell'Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l'affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la "somalizzazione" del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all'esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere". Dopo trent'anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l'agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. "L'immagine-simbolo - dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di "Gomorra" - è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all'evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l'emergenza cronica in povertà". Eppure l'Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L'abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant'Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d'affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. "Per cibo, bollette, medicine e vestiti - dice - mi restano 4 euro al giorno". Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia. "Il Paese - dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta - alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all'istruzione, finge che l'occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L'accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L'unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra". La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. "Anche la solidarietà - dice la sociologa Enrica Morlicchio - è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste". Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: "l'assalto ai forni", la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. "Il governo - dice Antonio Mattone della comunità di Sant'Egidio - non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest'anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l'Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia". Come Marina. Da trent'anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un'encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L'altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l'hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. "Se l'assisto - dice - non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno". Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. "La scure che sta tagliando il Paese - dice Marco Rossi Doria, maestro di strada - è la fine dell'interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell'italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l'economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l'arma dell'istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità". Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un "allarme nazionale sui poveri". "Ogni settimana - dice il sociologo Enrico Rebeggiani - se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto". Per questo, affrontare il cambiamento con l'emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. "Il Paese - dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus - deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l'Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell'arretratezza armata". In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel "basso" hanno aperto un'officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.
(27 settembre 2008) September 03
Una foresta nel Sahara è possibile
Portare l'acqua nel deserto utilizzando il mare e un sistema di pannelli solari che distillino l'acqua dolce dal sale
Ortaggi, fiori e persino piante ornamentali: possono crescere anche nel deserto, utilizzando l'acqua del mare, grazie a un'ingegneria ecologicamente sostenibile che sta studiando soluzioni veramente sorprendenti per combattere la siccità e l'emergenza idrica. Il deserto del Sahara è il più vasto di tutto il pianeta. Non esistono corsi d'acqua e l'idrografia è rappresentata semplicemente da una rete di valli disseccate e di fiumi, dove l'acqua scorre solo nel caso di piogge abbondanti. Eppure in questa parte del pianeta dove vivono gli uomini blu (i tuareg) si possono creare le condizioni per una sorta di foresta, dove esista il microclima adatto all'irrigazione e dove ci sia aria fresca e luce fotosinteticamente attiva per la crescita delle piante.
SERRE AD ACQUE MARINA - Progetti simili non sono nuovi (in passato sono stati giudicati irrealizzabili per vari motivi) e il concetto di base è stato ripreso dal Sahara Forest Project che abbina due tecnologie: i sistemi a concentrazione solare (Csp) e le serre ad acqua marina. I primi consentono di produrre grandi quantità di elettricità a basso costo, utilizzando solo la parte di energia proveniente direttamente dal sole. Le cosiddette seawater greenhouse (serra ad acqua marina), sviluppate dall'ingegnere Charlie Paton, usano invece il raffreddamento da evaporazione e in buona sostanza sfruttano l'acqua di mare per creare un sistema di raffreddamento basato su un processo di evaporazione e condensazione, indotto appunto da speciali collettori solari. Il prototipo di serra ad acqua marina può produrre fino a 100 litri di acqua fresca per ogni metro quadro di serra, sufficiente per irrigare la serra e una zona circostante più ampia.
EDEN PROJECT - L'iniziativa, spiega il quotidiano britannnico Guardian, porta la firma di una squadra di architetti e ingegneri ambientali, tra cui appunto Charlie Paton, che hanno già costruito alcuni prototipi in Spagna, Oman e Emirati Arabi. Lo scopo è convertire vaste aree desertiche in terreni fertili e trovare una soluzione a quello che ormai chiamano l'oro blu, ovvero l'acqua. Inoltre molti degli esperti che hanno sviluppato il progetto del Sahara si erano già cimentati nel noto Eden Project a St.Austell, in Cornovaglia: una grande cava d'argilla dove, grazie a particolari tecniche, sono state trasportate tonnellate di terra e sono state piantate, a oggi, circa un milione di piante, ricostruendo in una specie di serre-bolle (chiamate Biomi) due differenti ambienti climatici. Secondo Neil Crumpton, studioso di energie, i governi dovrebbero investire molti soldi nell'energia solare e nelle tecnologie emergenti che si occupano di scarsità idrica, «evitando di farsi distrarre dalle lobby che promuovo il nucleare per la desalinizzazione dell'acqua (esistono speciali piattaforme che trattano l'acqua salata con reattori nucleari)». Il progetto verrà anche presentato nel corso dell'evento veneziano di settembre The Future of Science, in un intervento dello stesso Charlie Paton dal titolo: «Il Sahara Forest: una nuova fonte di acqua fresca, di cibo e di energia».
Emanuela Di Pasqua 03 settembre 2008 August 01
l'applicazione su larga scala del processo è molto facile e richiederà non più di dieci anni
Usa: scoperto sistema per immagazzinare energia solare in modo efficiente
Studio Mit: disegnato un nuovo tipo di catalizzatore che permette di utilizzare il calore dei pannelli solari
BOSTON (USA) - Promette una vera e propria «rivoluzione» nell'uso dell'energia solare la scoperta fatta dagli ingegneri del Massachussets institute of technology (Mit) di Boston. In uno studio pubblicato dalla rivista «Science» hanno infatti descritto per la prima volta un modo per immagazzinare l'energia prodotta dai pannelli solari.
LA SCOPERTA - La scoperta è stata ispirata da uno dei passaggi della fotosintesi, in cui l'acqua viene scissa in idrogeno e ossigeno. Per riuscire a ripetere lo stesso procedimento i ricercatori hanno disegnato un nuovo catalizzatore, cioè una sostanza che favorisce una reazione ma che alla fine può essere recuperata intatta, poco costoso e che funziona a temperatura ambiente. Il sistema progettato prevede che l'elettricità prodotta ad esempio da un pannello fotovoltaico venga utilizzata, insieme al catalizzatore nuovo e a uno tradizionale, per scindere l'acqua in idrogeno e ossigeno gassosi. Questi possono essere immagazzinati e utilizzati per alimentare delle celle a combustibile. «Questo è quello che cercavamo di fare da anni - spiega Daniel Nocera, che ha coordinato lo studio - l'energia solare è sempre stata limitata dal fatto che si interrompeva in assenza di sole. Adesso possiamo considerarla praticamente illimitata». Secondo i ricercatori, l'applicazione su larga scala del processo è molto facile e richiederà non più di dieci anni. July 11 Al mondo il G8 non serve a nulla
Caro Beppe, non entro nelle questioni tecniche su riscaldamento globale, gas-serra e inquinamento, o prezzo del petrolio, dato che non ne ho le competenze, ma, da cittadino, il cruccio per la miopia della classe dirigente non accenna a diminuire. La Terra è l'unico pianeta che abbiamo; ecco il fine ultimo di ogni discorso, perché lo sviluppo economico è un mezzo e non un fine. Al mondo il G8 non serve a nulla. E se diventasse G13 - sembra il nome di un robot dei vecchi "anime" giapponesi - non cambierebbe nulla. O la visione politica diventa olistica, oppure, persi nei meandri di ogni particolarismo, siamo condannati ad osservare il disfacimento del mondo, la reificazione della cultura e l'annientamento della soggettività. Esagero? Fate un giretto in Africa, America Latina e Medio-Oriente; certo, se il mondo si ferma a Gibilterra, al Bosforo, agli Urali e al Rio Grande il resto esiste solo nel depliant Alpitour, ma non è proprio così. Il mondo vive un imperituro "cambiare tutto per non cambiare nulla"; l'assurdità è che si pretendono soluzioni (per il clima, l'energia o i prezzi del pane) proprio dal meccanismo che ha creato quei problemi. Il G8, e il G13, chiede al virus del proprio PC di aggiustare l'hard-disk che lo stesso virus ha compromesso. Schizofrenia? O immane ingenuità... o deleteria malafede, di tutti noi... Siamo così ciechi da non capire che questo ordine mondiale oltre ad essere iniquo, è pure dannoso; o meglio, è preferibile mantenere un privilegio oggi che costruire un'opportunità maggiore domani. Siamo all'antitesi dell'economia di mercato; lo sfruttamento prima era solo un problema etico, su cui si soprassedeva facilmente, ma ora è un problema economico. O cambiano i paradigmi politici, o rassegnamoci.
Enrico Vezzulli, enrico.vezzulli@gmail.com July 07
SI ACCENNA A UN «SIMONE» CHE AVREBBE GUIDATO UNA RIVOLTA CONTRO I ROMANI
La tavola che racconta la storia del messia risorto prima di Cristo
L'interpretazione dell'iscrizione su un reperto del Mar Morto divide gli studiosi l
E' uno dei reperti storici più controversi dell'antichità e la sua dubbia interpretazione da circa un decennio causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra, scoperta circa dieci anni fa vicino al Mar Morto e lunga circa 90 cm. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli, ma vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe ad un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. A riproporre il mistero di questa tavola di pietra, conservata all'Israel Museum di Gerusalemme, è il New York Times: il quotidiano della Grande Mela afferma che nuovi interessanti particolari su questo reperto saranno rivelati nei prossimi giorni durante una conferenza che si terrà nello stesso museo di Gerusalemme per festeggiare i 60 anni dalla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto (i preziosissimi frammenti archeologici ritrovati in undici grotte nell'area di Qumran a metà del Novecento)
STORIA - Scoperta da un antiquario giordano e in seguito comprata dal collezionista svizzero di origine ebraiche David Jeselshon, secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica prima che Gesù nascesse ed era ben conosciuta dai cittadini che vivevano nell’antico Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. Altri studiosi sembrano più cauti: essi sottolineano che sulla pietra molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, quindi è impossibile per adesso stabilire la verità.
IL MESSIA - Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Ada Yardeni e di Binyamin Elitzur, entrambi studiosi di iscrizioni antiche, sulla rivista specialistica «Cathedra» gettò una nuova luce sul mistero della tavola di pietra: l'articolo, intitolato «La rivelazione di Gabriele» confermava che la pietra risalisse al I secolo A.C. e i due studiosi mettevano in dubbio che il tema del Messia risorto fosse un evento raccontato per la prima volta dai Vangeli cristiani. A dire il vero già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato «Il Messia prima di Gesù» Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo e la rivolta sarebbe stata brutalmente soffocata dalle armate romane. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte e avrebbe aperto la strada della libertà al popolo di Israele. Secondo lo studioso ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: «In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia» mentre in altre righe si legge che il sangue e la morte del Messia sono la strada che porterà alla giustizia. Infine in due altri versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: «Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando» (Gabriele è l'arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio)
CRITICHE - «Questi versi mettono in discussione l'originalità del Cristianesimo» afferma il professor Knohl. «La resurrezione dopo tre giorni del Messia è qualcosa che esisteva già nella tradizione ebraica prima che Cristo comparisse sulla Terra». Tuttavia molti studiosi non sembrano accettare le tesi del professor Knohl. La stessa ricercatrice Yardeni sostiene che sebbene la tavola di pietra mette seriamente in discussione l'originalità del tema della resurrezione, è abbastanza discutibile affermare che il personaggio storico Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all'Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: «In passi cruciali del testo mancano troppo parole».
Francesco Tortora 06 luglio 2008 July 04 I 15 ostaggi dei ribelli colombiani liberati senza l'uso di armi Alla base del successo un lungo lavoro di intelligence militare
Le Farc ingannate da un infiltrato Nessuno sparo durante il blitz
Il ministro della difesa Santos: "Perfetto, passerà alla storia"
Il ministro della difesa Juan Manuel Santos abbraccia il generale Fredy Padilla Roma - Un blitz senza spargimento di sangue, senza neppure uno sparo. L'operazione dal nome in codice "Scacco", che ha portato alla liberazione della Betancourt e degli altri 14 ostaggi delle Farc, è stata "perfetta". Un blitz che ha richiesto oltre quattro mesi di preparazione ed è durato solo cinque minuti. L'autorizzazione, secondo le parole di uno degli organizzatori della liberazione, il colonnello Gomez, sarebbe arrivata alle sei del mattino direttamente dal presidente Uribe. La delicata operazione deve molto alla fuga del poliziotto Frank Pinchao, avvenuta nel maggio 2007 dopo nove anni di prigionia nelle mani delle Farc. Le informazioni portate da Pinchao permettono all'intelligence di localizzare il covo dei guerriglieri già nel febbraio 2008, quando l'esercito preferì non liberare due ostaggi americani per non mettere a repentaglio la vita di quelli ancora nascosti nella giungla. Scatta solo in quel momento la parte più delicata del piano. L'intelligence decide di infiltrare un suo elemento nel gruppo dirigente delle Farc, con l'obiettivo di poter modificare i piani dei guerriglieri e di tendere loro una trappola. L'agente infiltrato riesce a convincere i suoi "compagni" a riunire tre gruppi distinti di ostaggi e in seguito dirama un falso ordine interno, approfittando del caos successivo alla morte del leader storico delle Farc Marulanda. Sicuri di dover trasferire gli ostaggi a un gruppo di guerriglieri sotto il diretto controllo del nuovo comandante Alfonso Cano, i sequestratori non si sono insospettiti all'arrivo di un elicottero bianco, camuffato da mezzo civile, e con all'interno uomini delle forze speciali travestiti da guerriglieri, con magliette con Che Guevara e fucili AK-47.
La Betancourt e gli altri 14 sequestrati sono stati così accompagnati sul velivolo da due guerriglieri ignari, che solo quando il mezzo si è alzato in volo hanno scoperto di essere caduti in una trappola e sono stati catturati. L'operazione si è svolta nella provincia di Miraflores, nel centro della Colombia "Un blitz perfetto che passerà alla storia" ha dichiarato entusiasta il ministro della Difesa colombiano Juan Manuel Santos. Le stesse parole utilizzate da Ingrid Betancourt e dal presidente Alvaro Uribe. In chiusura dell'intervento Santos, coadiuvato dal generale Padilla (capo delle operazioni), ha precisato che l'esercito ha risparmiato la vita a 15 guerriglieri nei pressi dell'elicottero. Un regalo che il governo spera porti alla liberazione pacifica degli ostaggi ancora in mano alle Farc. ( 3 luglio 2008July 03 Le prime parole dopo la liberazione sono per le altre persone sequestrate Poi i ringraziamenti e il rinnovato impegno: "Aspiro ancora alla presidenza"
Betancourt ricorda gli altri ostaggi "Vi porteremo fuori dalla giungla"
Un grande successo politico per Alvaro Uribe che ha raccolto ringraziamenti da tutti i leader
BOGOTÀ - Sorridente, commossa, emozionata, Ingrid Betancourt per prima cosa ha ringraziato tutti quelli che si sono prodigati per la sua liberazione. Dopo aver abbracciato la madre, ha ringraziato a più riprese il presidente e l'esercito colombiano, ha ripetuto più volte che è stata un'"operazione impeccabile". Quindi l'ex candidata presidenziale ha promesso che adesso si batterà per il ritorno di quelli che continuano a essere sequestrati. "Siamo stati prigionieri di questi guerriglieri, ma non proviamo odio per loro" ha detto ancora, "ma adesso non dobbiamo dimenticare gli altri ostaggi, quelli che sono ancora rimasti nella giungla".
Ingrid Betancourt, liberata insieme a tre contractor statunitensi e undici militari, ha poi incontrato i giornalisti insieme al presidente colombiano. Intanto sono partiti da Parigi i figli della donna insieme a una delegazione francese, mentre hanno fatto ritorno negli Usa i tre americani liberati.
Parole di soddisfazione per la liberazione degli ostaggi e ringraziamenti per Uribe e l'esercito colombiano sono arrivati da numerosi capi di governo, a partire dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon e il presidente della commissione Europea, José Manuel Barroso, hanno espresso sollievo e gioia, così come Benedetto XVI che si è rallegrato per la "bella notizia".
"Lotterò per gli altri ostaggi". Nel suo primo incontro con i giornalisti Ingrid Betancourt ha ricordato gli altri ostaggi delle Forze armate rivoluzionarie della colombia (Farc) e di altri gruppi armati, vivi o morti. Dopo aver nuovamente ringraziato il governo e l'esercito colombiano e tutti coloro che hanno pensato a lei durante i suoi anni di prigionia, Betancourt ha parlato anzitutto degli altri ostaggi in mano alle Farc, promettendo loro che "vi porteremo tutti fuori". L'ex ostaggio ha poi rivolto parole di gratitudine per l'appoggio datole dai media internazionali: "Devo molto ai mezzi di comunicazione, se non fosse per loro, forse adesso non sarei viva". Infine ha concluso dicendo di aspirare ancora alla carica di presidente. "La rielezione di Alvaro Uribe nel 2006 è stata molto positiva per la Colombia" ha detto la donna che era in corsa per la carica presidenziale nel 2002 contro Uribe quando fu rapita dalle Farc. "Uribe è stato finora un buon presidente, ma continuo ad aspirare alla sua carica. Anche se per ora sono solo un soldato in più" ha concluso.
Uribe ringrazia militari colombiani. Il presidente colombiano Alvaro Uribe ha affermato che la liberazione senza ricorso alla violenza è un fatto "comparabile alle grandi epopee della storia dell'umanità", ed è stata effettuata con successo "senza aver versato una goccia di sangue, senza aver sparato un solo colpo d'arma da fuoco". Uribe si è quindi felicitato con la forza pubblica del suo paese. "Le forze armate colombiane, l'esercito della nostra patria, i nostri soldati e poliziotti, sono entrati a far parte della storia degli eroi dell'umanità. Hanno scritto il nome della Colombia a caratteri d'oro nel mondo democratico", ha detto nel discorso rivolto alla nazione dal palazzo della presidenza.
Uribe ha giudicato cosa "molto buona" l'aver dato notizia al mondo dell'avvenuta liberazione dei 15 ostaggi, in particolare agli Stati Uniti, che hanno visto liberati tre loro cittadini, alla Francia e all'Europa che "durante tutti questi anni non ha abbandonato un solo momento la dottoressa Ingrid Betancourt". Il presidente colombiano ha anche offerto alle Farc di entrare in un processo di pace con il suo governo, che porti alla liberazione degli altri sequestrati.
Il mondo riconosce trionfo di Uribe. La liberazione di Ingrid Betancourt segna il trionfo di Uribe. I leader di tutto il mondo hanno ringraziato Uribe e l'esercito colombiano. Dall'Eliseo Sarkozy ha elogiato "l'impegno di Uribe" e anche i figli di Ingrid, Melanie e Lorenzo, e la sorella Astrid, accanto al presidente francese, hanno reso omaggio al presidente colombiano. I famigliari dell'ex candidata presidenziale in passato avevano aspramente criticato Uribe, accusandolo di aver ostacolato il tentativo di mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez, che finora non ha commentato la liberazione di Betancourt.
Scontati gli elogi di George W. Bush, il principale alleato di Uribe, definito "un leader forte" dal presidente americano. Sulla stessa linea il premier spagnolo José Luiz Rodriguez Zapatero che ha inviato un telegramma di congratulazioni al presidente colombiano. Elogi anche dal rappresentante della politica estera dell'Ue, Javier Solana, che in un comunicato si è felicitato "con il presidente colombiano Alvaro Uribe e con le forze armate" di Bogotà. In Sudamerica il segretario generale dell'Organizzazione dei Paesi americani (Osa), José Miguel Insulza, ha ringraziato il presidente colombiano per l'operazione.
Figli in volo da Parigi. Il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, e alcuni membri della famiglia di Ingrid Betancourt sono partiti dall'aeroporto militare di Villacoublay, vicino a Parigi, per raggiungere la Colombia. Sull'aereo i figli Melanie e Lorenzo Delloye, l'ex marito Fabrice, la sorella Astrid e i suoi due bambini. Con loro, anche alcuni medici, compreso quello personale di Sarkozy, che si occuperanno delle condizioni di salute dell'ex ostaggio. Ingrid è "perfetta e lucida" ha dichiarato intanto a Bogotà il suo secondo marito, Juan Carlos Lecompte. "E' solo più magra" ha aggiunto, ammettendo di essere rimasto sorpreso dalle condizioni tutto sommato buone della moglie.
Arrivati in Texas i tre americani. Sono arrivati in Texas i tre vigilanti a contratto del Pentagono, catturati dalle Farc nel 2003 e liberati insieme a Ingrid Betancourt. L'aereo con a bordo Marc Gonsalves, Keith Stansell e Thomas Howes, tutti cittadini americani, è atterrato nella notte nella base aerea di San Antonio e i tre sono poi stati trasferiti in elicottero all'ospedale militare di Fort Sam, a Houston.
(3 luglio 2008) June 29
Il mondo che conosciamo sta cambiando in fretta. Il petrolio sta finendo. L’energia avrà due caratteristiche: sarà rinnovabile, come il sole e il vento, e distribuita. Ognuno di noi potrà creare la propria energia e metterla a disposizione degli altri in rete.
"Ora, al tramonto [della seconda rivoluzione industriale] ci sono alcune situazioni davvero molto critiche. Il prezzo dell’energia sta drammaticamente salendo e il mercato mondiale del petrolio si è appena avviato al suo picco di produzione. I prezzi del cibo sono raddoppiati negli ultimi anni poiché la produzione di cibo è prevalentemente basata sui combustibili fossili. Appena raggiungeremo il picco della produzione di petrolio, i prezzi saliranno, l’economia globale ristagnerà, avremo recessione e ci saranno persone che non riusciranno a mettere in tavola qualcosa da mangiare. Il “picco del petrolio” avviene si è usato metà del petrolio disponibile. Quando questo avverrà, quando saremo all’apice di questa curva, saremo alla fine dell’era del petrolio perché il costo di estrazione non sarà più sostenibile. Quando arriveremo al picco? L’ottimista agenzia internazionale per l’energia dice che ci arriveremo probabilmente attorno al 2025-2035. D’altra parte negli ultimi anni alcuni dei più grandi geologi del mondo, utilizzando dei modelli matematici molto avanzati, rilevano che arriveremo al picco tra il 2010 e il 2020. Uno dei maggiori esperti sostiene che il picco è già stato raggiunto nel 2005. Ora, il giacimento del Mare del Nord ha raggiunto il picco 3 anni fa. Il Messico, il quarto produttore mondiale, raggiungerà il picco nel 2010, come probabilmente la Russia. Nel mio libro, Economia all’idrogeno, ho speso molte parole su questa questione. Io non so chi ha ragione, gli ottimisti o i pessimisti. Ma questo non fa alcuna differenza, è una piccolissima finestra. La seconda crisi legata al tramonto di questo regime energetico è l’aumento di instabilità politica nei Paesi produttori di petrolio. Dobbiamo capire che oggi un terzo delle guerre civili nel mondo è nei Paesi produttori di petrolio. Immaginate cosa accadrà nel 2009, 2010, 2011, 2012 e così via. Tutti vogliono il petrolio, il petrolio sta diventando sempre più costoso. Ci saranno più conflitti politici e militari nei Paesi produttori. Infine, c’è la questione dei cambiamenti climatici. Se prendiamo gli obiettivi dell’Unione Europea sulla riduzione della Co2, e la UE è la più aggressiva del mondo in questo senso, anche se riuscissimo a raggiungere quegli obiettivi ma non facessero lo stesso India, Cina e altri Paesi, la temperatura aumenterà di 6°C in questo secolo e sarà la fine della civilizzazione come la conosciamo. Lasciatemi dire che quello di cui abbiamo bisogno adesso è un piano economico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l’enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici. Lasciatemi dire che le grandi rivoluzioni economiche accadono quando l’umanità cambia il modo di produrre l’energia, primo, e quando cambia il modo di comunicare, per organizzare questa rivoluzione energetica. All’inizio del XX secolo la rivoluzione del telegrafo e del telefono convergeva con quella del petrolio e della combustione interna, dando vita alla seconda rivoluzione industriale. Ora siamo al tramonto di quella rivoluzione industriale. La domanda è: come aprire la porta alla terza rivoluzione industriale. Oggi siamo in grado di comunicare peer to peer, uno a uno, uno a molti, molti a molti. Io sto comunicando con voi via Internet. Questa rivoluzione “distribuita” della comunicazione, questa è la parola chiave: “distribuita”, questa rivoluzione “piatta”, “equa” della comunicazione proprio ora sta cominciando a convergere con la rivoluzione della nuova energia distribuita. La convergenza di queste due tecnologie può aprire la strada alla terza rivoluzione industriale. L’energia distribuita la troviamo dietro l’angolo. Ce n’è ovunque in Italia, ovunque nel mondo. Il Sole sorge ovunque sul pianeta. Il vento soffia su tutta la Terra, se viviamo sulla costa abbiamo la forza delle onde. Sotto il terreno tutti abbiamo calore. C’è il mini idroelettrico. Queste sono energie distribuite che si trovano ovunque. L’Unione Europea ha posto il primo pilastro della terza rivoluzione industriale, che sono le energie rinnovabili e distribuite. Primo, dobbiamo passare alle energie rinnovabili e distribuite. La UE ha fissato l’obiettivo al 20%. Secondo, dobbiamo rendere tutti gli edifici impianti di generazione di energia. Milioni di edifici che producono e raccolgono energia in un grande impianto di generazione. Questo già esiste. Terzo pilastro: come accumuliamo questa energia? Perché il Sole non splende sempre, nemmeno nella bellissima Italia. Il vento non soffia sempre e le centrali idroelettriche possono non funzionare nei periodi di siccità. Il terzo pilastro riguarda come raccogliamo questa energia e la principale forma di accumulo sarà l’idrogeno. L’idrogeno può accumulare l’energia così come i supporti digitali contengono le informazioni multimediali. Infine, il quarto pilastro, quando la comunicazione distribuita converge verso la rivoluzione energetica generando la terza rivoluzione industriale. Prendiamo la stessa tecnologia che usiamo per Internet, la stessa, e prendiamo la rete energetica italiana, europea e la rendiamo una grande rete mondiale, come Internet. Quando io, voi e ognuno produrrà la sua propria energia come produciamo informazione grazie ai computer, la accumuliamo grazie all’idrogeno come i media con i supporti digitali, potremo condividere il surplus di produzione nella rete italiana, europea e globale nella “InterGrid”, come condividiamo le informazioni in Internet. Questa è la terza rivoluzione industriale. Io lavoro con molte tra le più grandi aziende energetiche del mondo, come consulente. Lasciatemi fare una considerazione in termini di business, non in termini ideologici. Non credo che l’energia nucleare sarà significativa in futuro e credo che sia alla fine del suo corso e qualsiasi governo sbaglierebbe a investire nell’atomo. Vi spiego le ragioni. Non produciamo Co2 con gli impianti nucleari, quindi dovrebbe essere parte della soluzione ai problemi climatici. Ma guardiamo ai numeri. Ci sono 439 impianti nucleari al mondo, oggi, che producono solo il 5% dell’energia che consumiamo. Questi impianti sono molto vecchi. C’è qualcuno in Italia o nel mondo che davvero crede che si possano rimpiazzare i 439 impianti che abbiamo oggi nei prossimi vent’anni. Anche se lo facessimo continueremmo a produrre solo il 5% dell’energia consumata, senza alcun beneficio per i cambiamenti climatici. E’ chiaro che perché ne avesse, dovrebbero coprire almeno il 20% della produzione. Ma perché la produzione di energia sia per il 20% nucleare, dovremmo costruire 3 centrali atomiche ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Capito? Duemila centrali atomiche. Tre nuove centrali ogni mese per sessant’anni. Non sappiamo ancora cosa fare con le scorie. Siamo nell'energia atomica da 60 anni e l'industria ci aveva detto: "Costruite gli impianti e dateci tempo sufficiente per capire come trasportare e stoccare le scorie". Sessant'anni dopo questa industria ci dice "Fidatevi ancora di noi, possiamo farcela", ma ancora non sanno come fare. L'agenzia internazionale per l'energia atomica dice che potremmo avere carenza di uranio tra il 2025 e il 2035, facendo cosi' morire i 439 impianti nucleare che producono il 5% dell'energia del mondo. Potremmo prendere l'uranio che abbiamo e convertirlo in plutonio. Ma avremmo il pericolo del terrorismo nucleare. Vogliamo davvero avere plutonio in tutto il mondo in un'epoca di potenziali attacchi terroristici? Credo sia folle. E infine, una cosa che tutti dovrebbero discutere col vicino di casa: non abbiamo acqua! Questo le aziende energetiche lo sanno ma la gente no. Prendete la Francia, la quintessenza dell'energia atomica, prodotta per il 70%. Questo e' quello che la gente non sa: il 40% di tutta l'acqua consumata in Francia lo scorso anno, e' servita a raffreddare i reattori nucleari. Il 40%. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l'estate perche' l'aria condizionata era scarsa? Quello che non sapete e' che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricita'. Dove pensano di trovare, l'Italia e gli altri Paesi, l'acqua per raffreddare gli impianti se non l'ha trovata la Francia? Quello che dobbiamo fare è democratizzare l’energia. La terza rivoluzione industriale significa dare potere alle persone e per la generazione cresciuta con la Rete questo è la conclusione e il completamento di questa rivoluzione, proprio come ora parliamo in Internet, centinaia di persone sono in Internet, ed è tutto gratuito, e questi possono creare il più grande, decentralizzato, network televisivo, open source, condiviso…perché non possiamo farlo con l’energia? L’Italia è l’Arabia Saudita delle energie rinnovabili! Ci sono così tante e distribuite energie rinnovabili nel vostro Paese! Mi meraviglio quando vengo nel vostro Paese e vedo che non vi state muovendo nella direzione in cui si muove la Spagna, aggressivamente verso le energie rinnovabili. Per esempio, voi avete il Sole! Avete così tanto sole da Roma a Bari. Avete il Sole! Siete una penisola, avete il vento tutto il tempo, avete il mare che vi circonda, avete ricche zone geotermiche in Toscana, biomasse da Bolzano in su nel nord Italia, avete la neve, per l’idroelettrico, dalle Alpi. Voi avete molta più energia di quella che vi serve, in energie rinnovabili! Non la state usando…io non capisco. L’Italia potrebbe. Credo che, umilmente, quel che posso dire al governo italiano è: a che gioco volete giocare? Se il vostro piano è restare nelle vecchie energie, l’Italia non sarà competitiva e non potrà godere dell’effetto moltiplicatore sull’economia della terza rivoluzione industriale per muoversi nella nuova rivoluzione economica e si troverà a correre dietro a molti altri Paesi col passare del XXI secolo. Se invece l’Italia deciderà che è il momento di iniziare a muoversi verso la terza rivoluzione industriale, le opportunità per l’Italia e i suoi abitanti saranno enormi.
Jeremy Rifkin June 27 Il campione francese avrebbe voluto concludere la carriera nel club parigino I medici lo stoppano. Suo fratello morì su un campo di basket perché malato di cuore
Thuram, malformazione cardiaca Ha rischiato la vita, il Psg lo ferma
Una splendida carriera con un triste finale "Situazione peggiorata negli ultimi tempi" di MATTIA CHIUSANO
Lilian Thuram
Campione del mondo, campione europeo, recordman di presenze (142) nella nazionale francese, ambasciatore antirazzismo. Trentasei anni vissuti al massimo, con una scomoda compagna di viaggio: una malformazione cardiaca. Cresciuta col tempo, fino a diventare pericolosa ora che Lilian Thuram si preparava a firmare un comodo contratto di fine carriera al Paris Saint Germain.
Il previsto incontro coi giornalisti si è tenuto regolarmente, ma il difensore non ha annunciato il suo passaggio al club della capitale: "Se tengo questa conferenza stampa non è per annunciare il mio ingaggio al Psg, ma per dirvi che i medici mi hanno scoperto una malformazione cardiaca. Sembra che sia la stessa malattia che è costata la vita a mio fratello qualche anno fa su un campo di basket". Un ricordo dolorosissimo, la morte di Antonio Thuram, quando Lilian giocava ancora nel Monaco. Ora lo staff medico del Psg continuerà gli esami, per raggiungere un verdetto certo: se la malformazione sarà confermata, l'ex campione del mondo dovrà chiudere la sua lunghissima carriera.
Com'è potuto succedere? Il caso Thuram getta un' ombra sui controlli medici attuati da club professionistici di primo livello. Il giocatore ha debuttato nel Monaco nel '90, rimanendo sulla costa azzurra fino al '96, anno dell'inizio della sua avventura italiana: cinque anni nel Parma di Tanzi, poi il trasferimento ricchissimo alla Juventus. Altri cinque anni (due scudetti più uno revocato per Moggiopoli), prima di passare al Barcellona che l'ha lasciato libero di chiudere la carriera in Francia. In tutti questi anni uno dei calciatori più conosciuti al mondo sapeva che il suo cuore non era di dimensioni normali, che il problema cardiaco era congenito, "ma ora" spiega, "le cose si sono evolute e corro davvero un rischio". Sopratutto in questi ultimi anni l'ipertrofia poteva costargli carissima. Ancora pochi giorni fa Thuram era in campo agli Europei, annunciando il suo ritiro dopo l'eliminazione dei Bleus con l'Italia.
Nel '96 l'Inter si accorse che il giovane Nwankwo Kanu, medaglia d'oro con la Nigeria alle Olimpiadi di Atlanta, soffriva di una disfunzione cardiaca congenita non scoperta, o rivelata, dall'Ajax che lo aveva ceduto. Invece di strappare il contratto, Moratti pagò di tasca propria l'intervento chirurgico per la sostituzione di una valvola aortica, e Kanu giocò nell'Inter. Alla Confederations Cup del 2003 Marc-Vivien Foé si accasciò all'improvviso sul campo di Lione: inutili i soccorsi di medici e giocatori, il centrocampista del Camerun perse la vita un'ora più tardi. L'autopsia rivelò che la causa della morte era stata la dimensione sproporzionata del ventricolo sinistro, che aveva provocato un attacco cardiaco. Anche in questo caso i club che avevano messo sotto contratto il giocatore non aveva rilevato nulla.
Da Renato Curi ad Antonio Puerta, nazionale spagnolo morto il 28 agosto 2007, la lista è lunga. In questi anni Thuram non si è limitato a dare il massimo nel calcio, ma è stato spesso impegnato in campagne a sfondo politico, contro il o le condizioni sociali nelle banlieues parigine. S'è costruito una credibilità assoluta sfruttando l'impatto mediatico del calcio, che negli ultimi anni l'ha esposto a rischi troppo elevati, anche per un super professionista.
(27 giugno 2008) Le ricerche continuano, anche da parte degli italiani
Cento anni fa sui cieli della Siberia un'esplosione da mille bombe atomiche
Tra le ipotesi la disintegrazione di un asteroide, ma anche lo «scontro» con un blocco di antimateria cosmica
Che un secolo fa, in piena Siberia, si sia verificata un’esplosione equivalente a mille bombe nucleari di tipo Hiroshima, e che quel remoto fenomeno rimanga ancora un problema insoluto, malgrado decine di esplorazioni e ricerche, è uno smacco per la moderna ricerca scientifica. Ma proprio questa è la storia della misteriosa esplosione di Tunguska, che il 30 giugno 2008 compie esattamente 100 anni: tante supposizioni, tanti tenui indizi, e ancora nessuna ipotesi definitivamente provata. Caduta di una cometa o di un asteroide? Esplosione di una bolla naturale di gas metano? Oppure, per scivolare sul fantascientifico, collisione fra il nostro pianeta e un grumo di antimateria? O lo schianto di un’astronave aliena? Sul caso Tunguska, negli ultimi anni, se ne sono lette di tutti i colori, da credibili ipotesi pubblicate su qualificate riviste scientifiche, ad articoli e libri di fiction privi di qualunque fondamento. Il centennale del mistero della Tunguska, ancora oggi irrisolto, merita un’attenta ricostruzione dei fatti.
ACCECANTE COME UN SOLE - Il 30 giugno 1908 alle 7,14 del mattino, quando sull'altopiano siberiano è giorno affermato, appare un oggetto simile a un disco solare, con una luminosità ancora più accecante del Sole. Sfreccia da Sud-Est a Nord-Ovest, riempiendo il cielo di bagliori intermittenti blu e bianchi e lasciandosi dietro una scia di fuoco e fumo. Fende l'aria con un sibilo, poi piega verso il suolo e inonda l'orizzonte di un rosso cupo, prima di scomparire con un sordo boato. Alcuni riferiscono di aver visto distintamente il disco luminoso, contornato da tutti i suoi fenomeni accessori; altri lo percepiscono soltanto indirettamente, come un lampo, una colonna di fumo, un tremendo tuono che fa vibrare l'aria e il terreno. L’oggetto sembra cadere in una zona disabitata, immediatamente a Nord di un corso d'acqua riportato in tutte le carte geografiche, Tunguska, uno di quei grandi fiumi che dalle alture orientali si tuffano nel bassopiano siberiano a ingrossare le acque dello Jenisej. Il paesaggio è quello tipico dell'altopiano siberiano: catene montuose e vallate che si succedono monotone, ricoperte dalla taiga, la fitta foresta di conifere secolari. Tutto attorno, una complessa rete fluviale, punteggiata da paludi malsane. La zona, d’inverno, è il regno delle nevi e dei ghiacci, con temperature che scendono oltre i 50°C sotto lo zero. In quella regione, che ai primi del secolo era in gran parte inaccessibile e in parte abitata da popolazioni di cacciatori nomadi, l'oggetto non identificato sceglie una depressione naturale per scatenare tutta la forza del suo impatto: una conca circondata da colline e montagne e ricoperta da alte conifere. Le esatte coordinate geografiche, determinate 19 anni dopo il fatto, sono 60° 53’ 09” di latitudine Nord; 101° 53’ 40” di longitudine Est.
LA FORESTA CARBONIZZATA - Il disastro è di vastissime proporzioni: circa 2mila km quadrati di foresta bruciata e devastata, migliaia di animali abbattuti e, stando alle testimonianze locali, molti cacciatori e abitanti di povere capanne feriti e ustionati; ma, a quanto sembra, nessun morto. Ancora oggi, a testimonianza di quel cataclisma, resistono centinaia di tronchi di alberi abbattuti e carbonizzati, a indicare con il loro orientamento gli effetti dell’onda d’urto. I fenomeni luminosi sono avvertiti entro un raggio di 600-700 km; quelli acustici uditi fino a mille km di distanza. Per dare un'idea della portata del fenomeno, se fosse accaduto a Roma, sarebbe stato visto da un capo all'altro della penisola e udito da Francoforte a Tripoli, da Barcellona a Belgrado. Il mondo è e rimarrà per parecchio tempo inconsapevole dell'evento, ma i sensibili pennini dei sismografi e dei barografi dell'Europa intera registrano l'accaduto che è interpretato come uno dei tanti terremoti lontani. Molti anni più tardi, saranno gli studi comparativi delle registrazioni sismiche e barometriche, a permettere di calcolare la potenza scatenata dall'esplosione della Tunguska che fu di circa 13 mila kilotoni, equivalente cioè a un migliaio di bombe come quella sganciata su Hiroshima. Le notti successive un altro e più appariscente fenomeno s’impone alle popolazioni europee e asiatiche delle alte latitudini: molte ore dopo il tramonto del Sole persiste una luminosità crepuscolare di straordinaria intensità. I giornali parlano di «fantasmagorici bagliori notturni» e gli astronomi spiegano che, probabilmente, si tratta di aurore boreali connesse all'attività del Sole.
IL CRATERE CHE NON C’E’ - Trascorso il turbine della prima guerra mondiale e della rivoluzione bolscevica, bisognerà aspettare il 1921 perché un ricercatore del Museo di Mineralogia di Petrograd, Leonid A. Kulik, incuriosito dai ritagli ormai ingialliti dei giornali del 1908, decida di compiere il primo sopralluogo nella zona del disastro. Si reca, innanzitutto, nei centri più popolosi ai margini dell'area colpita, alla ricerca di testimoni oculari, e raccoglie una grande quantità di prove. Riesce a ricostruire la traiettoria del corpo, pensa che si tratti di un grosso meteorite che cadendo a terra ha scavato un cratere e ritiene di poterlo scoprire, recuperando anche i frammenti del presunto corpo celeste. Per aver successo nell'impresa occorre una spedizione ben organizzata, in grado di penetrare tra le foreste e le montagne che circondano il luogo dell'impatto. Kulik impiegherà sei anni per convincere i membri dell'Accademia Sovietica delle Scienze a finanziare l'impresa. Ma la ricognizione non dà i risultati sperati: dopo mille fatiche e difficoltà, lo studioso non trova ne’ il cratere, ne’ i frammenti del meteorite.
COMETA O ASTEROIDE? - Per superare queste contraddizioni, comincia a farsi strada un'idea, avanzata nel 1930 dall'inglese J. W. Whipple, che identifica l'oggetto con il nucleo di una piccola cometa avente circa 40 m di diametro, una stima che sarà poi rivalutata da alcuni astronomi favorevoli a questa ipotesi. Un nucleo cometario, ragiona Whipple, penetrando ad alta velocità nell'atmosfera, può dare luogo a un'onda d'urto e a un'esplosione distruttive e, nello stesso tempo, a causa della sua bassa densità e della sua struttura a conglomerato di ghiacci e polveri, può disintegrarsi completamente, disperdendo una grande quantità di piccoli grani solidi. Si spiegherebbero in questo modo il fenomeno delle notti lucenti, il mancato ritrovamento di grossi frammenti meteoritici e l'assenza di crateri da impatto. Questa, ancora oggi, è l’ipotesi sostenuta da molti scienziati russi. Quelli occidentali, invece, propendono per un piccolo asteroide, anche questo esploso e vaporizzato in aria, tra 5 e 10 km d’altezza, che avrebbe lasciato al suolo soltanto tracce microscopiche.
IL MISTERO IN FONDO AL LAGO - La Tunguska ha attratto l’attenzione anche di un gruppo di studiosi italiani coordinato dal professor Giuseppe Longo, un fisico dell’Università di Bologna. Essi, dopo sopralluoghi e analisi, pensano di avere individuato in un piccolo laghetto denominato Cheko, il cratere scavato da uno dei frammenti del presunto asteroide. L’ipotesi, avanzata in un articolo sulla rivista scientifica Terra Nova (agosto 2007), non è condivisa da altri esperti e richiederà ulteriori esplorazioni sul fondo del lago, alla ricerca di eventuali frammenti del corpo celeste, per essere provata. Fra le ipotesi più stravaganti ne esistono due che tuttavia si basano su studi scientifici qualificati. La prima, elaborata da Willard Libby, lo scopritore della tecnica di datazione col carbonio 14, si basa proprio sull’abbondanza di questo isotopo riscontrata negli anelli di accrescimento degli alberi subito dopo il fenomeno: fatto che viene attribuito alle conseguenze di una possibile annichilazione fra la materia terrestre un blocco di antimateria spaziale venuto a contatto con l’alta atmosfera. La seconda ipotesi esotica, avanzata da un gruppo di fisici dell’Università del Texas, riconduce i fenomeni descritti in Siberia nel 1908 allo scontro fra il nostro pianeta e un mini buco nero, come quelli la cui esistenza è stata postulata dall’astrofisico Stephen Hawking. Il centenario della Tunguska sarà celebrato anche su internet, il 28 giugno 2008 alle ore 22, con una diretta web interattiva tenuta dall’astronomo Gianluca Masi sul sito www.coelum.com June 24 Giovedì l'Icann, l'autorità americana che li gestisce, potrebbe liberalizzare i dominii. E incassare molti più soldi
Via alla rivoluzione dei nomi web bene, tutte le parole, in ogni lingua
PARIGI - Un indirizzo internet che dopo il punto finisce con una qualsiasi parola. Qualcosa che ci piace, per esempio (.amoremio, .il miogatto, .lasagne e via di questo passo) e in qualsiasi lingua, anche in russo, arabo o in cinese. La liberalizzazione dei dominii e adesso potrebbe diventare realtà. Giovedì l'Icann, la società che assegna nomi e numeri identificativi sulla rete, potrebbe allentare le regole finora ferree che permettono solo domini legati ai nomi dei paesi (.it, .uk), al commercio (.com) o alle organizzazioni (.org,.net). L'annuncio è stato dato oggi nella capitale francese, nel corso della 32esima riunione dell'organizzazione. Messa così, potrebbe trattarsi di una delle più grandi trasformazioni della rete negli ultimi anni. A partire dal 2009 - un incubo o un sogno a seconda dei punti di vista - 1,3 miliardi di internauti potrebbero essere liberi di dare il nome che più li aggrada all'estensione del loro sito. Le grandi città e i grandi gruppi economici avranno una loro sigla, ce ne sarà una per Roma, Milano, Londra o New York. L'apertura dell'Icann ha sorpreso gli operatori del settore, vista la rigidità dell'organismo. Ma solo fino a un certo punto, visto che nelle casse dell'Icann, che incassa una percentuale su ogni registrazione, entreranno molti più soldi. Attualmente sono 162 milioni i nomi recensiti, di cui più della metà in .net e .com, per un totale di circa 250 estensioni. Limitazioni che qualcuno ha già aggirato: l'isola di Tuvalu, per esempio, ha affittato la denominazione .tv a molte televisioni.
"L'impatto sarà diverso da paese a paese, ma consentirà a comunità e soggetti commerciali di esprimere le proprie identità online", ha spiegato l'amministratore delegato della compagnia Paul Twomwey. Un passo che per alcuni permetterà la massima libertà di espressione, ma secondo altri rischia di dare vita a una grande confusione. Basti pensare ad esempio cosa può significare avere più dominii che indicano settori di servizi, ad esempio quello bancario, o la possibilità di taroccare i marchi online. Si va verso una liberalizzazione anche per quanto riguarda le lingue e i caratteri. La diversificazione sarà attuata con l'entrata in vigore della nuova generazione di indirizzi ( Ipv6), che permetterà un numero staordinariamente più grande di indirizzi. Lo stock attuale, che utilizza il protocollo Ipv4, dovrebbe esaurirsi tra il 2010 e il 2011. Insomma, la rete che verrà sarà poliglotta e personalizzata fino all'inverosimile. I dettagli saranno resi noti solo domani. Molti si chiedono come farà la società a impedire un accapparamento di "false estensioni", come già era successo con il vecchio sistema. Di sicuro sarà un momento festeggiato dall'industria del porno, che attende da anni l'assegnazione dell'estensione .xxx. ( 23 giugno 2008) Il National Geographic sta seguendo il lavoro di un gruppo di ricercatori canadesi su un rompighiaccio
Clima, allarme dagli scienziati: "Entro l'estate Polo senza ghiaccio"
di ANTONIO CIANCIULLO Ormai per il completo scioglimento estivo del Polo Nord è scattato il conto alla rovescia. Il problema è che non sappiamo come funziona l'orologio che scandisce il battito del tempo che porta all'estinzione dell'orso polare e del suo mondo. Stando alle stime ufficiali dell' Intergovernamental Panel on Climate Change servirebbero ancora una ventina di anni. Ma ormai è una rincorsa tra calcoli sempre più pessimisti. L'ultima, allarmata valutazione è del National Geographic che sta seguendo, con un gruppo di ricercatori canadesi a bordo di un rompighiaccio, una missione scientifica in Artide. Secondo le valutazioni di questi ricercatori, i ghiacci che si trovano nelle immediate vicinanze del Polo Nord sarebbero molto giovani e dunque meno resistenti allo scioglimento: già al culmine di questa estate potremmo avere un Polo Nord libero dai ghiacci. La previsione disegna lo scenario di un'accelerazione molto drastica e contrasta con la maggior parte delle analisi finora accreditate. Tuttavia il trend è ormai netto e indiscutibile. Dal 1979 il Polo Nord perde quasi l'1 per cento dei ghiacci estivi all'anno e il ritmo di fusione sta accelerando. Anche nella parte occidentale dell'Antartide lo strato di ghiaccio si sta assottigliando di 3-4 metri ogni anno. E la Groenlandia perde 220 chilometri cubi di ghiaccio l'anno. Nel 1996 il valore misurato era pari a 90 chilometri cubici per anno. Nel 2000 era salito a 140. Ora è arrivato a 220. In sostanza è aumentato di due volte e mezzo in dieci anni. Il dato, come sempre accade nei santuari dell'estremo freddo, ha un valore di sintesi: ci sono aree in cui i ghiacciai continuano a crescere e altre in cui collassano. Ma quello che conta è l'effetto complessivo e questo effetto è ormai chiaro-
In sostanza l'eccezione che aveva meravigliato il mondo nel 2000, diventerà la regola. Nell'agosto di otto anni fa il rompighiaccio russo Yamal arrivò al Polo Nord e non trovò il ghiaccio. Il mitico passaggio di Nord Ovest era libero. Da allora, ogni estate il ritiro dei ghiacci è stato sempre più veloce. Per la scomparsa totale durante l'estate è solo questione di tempo. Forse molto poco tempo. Un fenomeno che, come ormai è stato detto con chiarezza nell'ultimo rapporto Ipcc, va messo in relazione soprattutto con l'uso dei combustibili fossili che hanno alterato la composizione dell'atmosfera. Il metano in poco più di due secoli è passato da una concentrazione di 715 parti per miliardo a 1774. L'anidride carbonica nell'era preindustriale si misurava in 270-280 parti per milione: oggi sono già 385. Arrivare al raddoppio dell'anidride carbonica, cioè a quota 550, comporterebbe un aumento della temperatura valutabile in 3 gradi. E' un traguardo disastroso per l'equilibrio degli ecosistemi su cui si basa la stabilità delle nostre società. E purtroppo è un traguardo vicino. ( 23 giugno 2008) June 08 Prima di interrnet, degli mp3 e degli iPod la rivoluzione avvenne su nastro Ora il leader dei Sonic Youth ricorda in un libro quel pezzo di storia collettiva
Mix tape, quando la musica si scaricava sulle audiocassette
di THURSTON MOORE
LA PRIMA olta che sentii parlare di un mix su cassetta fu nel 1978. Robert Christgau, il "decano dei critici rock", scrisse un pezzo su Village Voice sul suo disco preferito dei Clash, guarda caso una sua produzione: una cassetta con le b-side della band non incluse negli album. I Clash scrivevano singoli fantastici, e album fantastici, e di solito inserivano i singoli nei dischi, ma non le b-side. Comunque, dal punto di vista della mia mentalità da critico musicale, la sua era un'ottima pensata. Un aspetto in particolare mi colpì: Christgau sosteneva che si trattasse di un mix tape che aveva compilato per regalarlo agli amici. Si era fatto il suo album personale dei Clash e lo dava in giro come memento alla sua devozione per il rock'n roll. C'era una cosa che lui possedeva e io no: una piastra a cassette.
A quei tempi, i mangianastri erano tanto fondamentali quanto i giradischi. Ed erano ugualmente ingombranti. Ma in quel periodo la Sony lanciò il Walkman: un mangiacassette portatile grande la metà degli apparecchi standard - più o meno come i registratori che in genere si vedevano tra le mani dei giornalisti. Questi nuovi Walkman si portavano a tracolla, erano l'ideale per andarsene a zonzo per la città ascoltando musica con gli auricolari. Immagino che l'industria discografica si aspettasse che gli utenti acquistassero le cassette originali degli album, e di certo fu così, ma ehi! perché non comprare cassette vergini e registrare singoli brani dai dischi?
Ecco cosa fecero tutti quelli che si erano muniti di Walkman. Non passò molto che su album e cassette originali apparvero adesivi come: LE REGISTRAZIONI DOMESTICHE UCCIDONO LA MUSICA! Se non altro, anticipava l'attuale paranoia dei discografici sui cd masterizzati e le canzoni scaricate da Internet.
Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta non potevo permettermi un Walkman, ma il mio vicino al piano di sopra, l'artista Dan Graham, ne aveva uno nuovo - e tonnellate di vinili. Comprava tutti i dischi di punk rock e new wave in circolazione, li metteva su cassetta, quindi me li passava per ascoltarli sul mio vetusto mangianastri. Più o meno tra il 1980-1981, si assistette a una spontanea proliferazione di giovani band, che pubblicavano singoli hardcore-punk super veloci, la maggior parte dei quali si atteneva ai canoni del thrash. Gruppi come Minor Threat, Negative Approach, Necros, Battalion of Saints, Adolescents, Sin 34, The Meatmen, Urban Waste, Void, Crucifucks, Youth Brigade, The Mob, Gang Green ecc.
Erano grandi! Dal vivo facevano scintille e registravano album pazzeschi. Molto ruvide e dirette, le canzoni difficilmente superavano il minuto di lunghezza. Ero un fanatico, li compravo tutti appena uscivano. Ogni giorno pagavo pegno da Rat Cage in Avenue A per impossessarmi di tutti i sette pollici di hardcore esposti sulla parete. Certo, era una spesa, ma non un salasso. Ogni singolo costava due o tre dollari. Ma al tempo facevo ancora il lavapiatti in un ristorante di Soho - non navigavo propriamente nell'oro - eppure dovevo assolutamente avere quei dischi!
La mia amata Kim tornava a casa dal lavoro ogni giorno, commessa da Todd's Copy Shop e cameriera da Elephant & Castle in Prince Street, e mi beccava ad ascoltare singoli hardcore dalla mattina alla sera. Credo che abbia scritto anche un testo sul suo ragazzo (io) che passava così le sue giornate. Mi sentivo un po' in colpa, avevo bisogno di ascoltare quei dischi con calma e attenzione, e mi venne in mente che potevo preparare un mix con i pezzi migliori di quegli album - e visto che erano tutti così brevi e con la stessa potenza ed energia, la cassetta sarebbe stata un monolito hardcore.
Avevamo libero accesso all'appartamento di Dan, così una volta ci andai e registrai il mio mix, che per me era la cassetta definitiva di hardcore mai realizzata. Su un lato scrissi H, sull'altro C. Quella notte, mentre eravamo a letto, dopo che Kim si era addormentata, infilai la cassetta nel nostro mangianastri, trascinai uno dei piccoli altoparlanti sul letto, e ascoltai il mix a un volume ultrabasso. Ero in uno stato di beato mormorio. Quella musica faceva sfrigolare ogni cellula, ogni fibra del mio corpo. Era bello. Quell'estate, per il mio compleanno, Kim mi regalò un Walkman con altoparlante incorporato. In questo modo potevo tenere il Walkman vicino al cuscino e suonare il mix H. C. a un livello ancora più intimo. [...]
A metà degli anni Ottanta, prima di un tour con i Sonic Youth, decidemmo di munire il furgone con un mangianastri. L'idea era di prendere un'autoradio fissa, ma era una soluzione troppo dispendiosa. All'epoca a New York impazzavano per le strade giganteschi stereo che sparavano mix di rap da casse spropositate, i cosiddetti "ghettoblaster". Lo stile hip-hop "della strada" esigeva misure sproporzionate. Scarpe da basket titaniche con stringhe super ampie, occhiali grandi come metà della faccia, catene d'oro che chiamavamo "funi" tanto erano spesse e massicce, e gli stereo portatili avevano le stesse dimensioni di un carrello del supermarket.
[...] Ai tempi Delancey Street, e la traversa Orchard Street, erano la zona del centro dove si concentravano i negozi di abbigliamento e accessori hip-hop. [...] Le domeniche pomeriggio qui erano folli, con gente che se ne andava in giro con i propri stereo oversize sparando a palla Spoonie G e DST (un grande rapper vecchia maniera, il cui nome stava per Delancey Street). Poi c'erano i rockettari indie punkoidi come me - affamati e spiritati, che si nutrivano di tutto. Le cassette mix di hip-hop, disposte per la vendita su tavoli di cartone, cominciarono a riferirsi a un sistema di valori dettato da chi compilava la scelta dei brani. [...]
Run DMC e LL Cool J cominciavano a spopolare, la Def Jam lanciava sul mercato un nuovo ibrido di punk rock/hip-hop, e i dischi uscivano alla velocità della luce. Tutto questo, per segugi della musica come me, rendeva la vita di tutti i giorni piuttosto eccitante. [...] Quindi entrai nel negozio in Delancey Street e, con i fondi limitati della band, comprai il più imponente "ghettoblaster" in esposizione. Era davvero massiccio (è massiccio, ce l'ho ancora)[...]. Quando mi presentai, gli altri videro il mangianastri, stupiti che avessi buttato i soldi del gruppo per quel gigantesco obbrobrio di plastica. [...]
Mentre percorrevamo l'Holland Tunnel, distanziandoci sempre più dalla città, pensai che fosse giunta l'ora di mettere uno dei miei mix. Infilai la prima delle cassette di rap e lo stereo si dimostrò un grande acquisto. Economico, ma superbo. E funky. La musica che usciva da quell'apparecchio non poteva che essere perfetta. Nel giro di venti secondi arrivarono le prime voci di dissenso: "Puoi abbassare, per favore?", "Hai altre cassette dietro?", "Io ho portato Johnny Cash...".
Quando arrivammo sulla West Coast, ormai eravamo tutti affezionati al Conion (la marca del mangianastri, che ribattezzammo Conan). Nei concerti lo portavamo sul palco, microfonavo gli altoparlanti per giocare con i nastri tra un pezzo e l'altro. I fan in tutta America ci lasciavano le loro cassette - alcuni, speranzosi, i loro demo - compresi mix che poi ascoltavamo. [...]
Alla fine del tour, nel furgone erano disseminate centinaia di cassette, con le custodie di plastica calpestate e rotte. Anni dopo, avrei raccolto tutti i mix in uno scatolone per darli a Kim quando venne ricoverata in ospedale per partorire. A volte, quando spulcio nei meandri della nostra casa mi ci imbatto ancora e, come in una foto, mi vengono in mente flash di quegli anni incredibili.
Traduzione Massimo Gardella (© 2008 il Saggiatore Spa Milano)
(8 giugno 2008)
June 07
Nuovi studi svelano che la cittadella Inca era già nota nel 1867 ad un avventuriero tedesco 44 anni prima della scoperta di Bingham, l'archeologo di Yale che ispirò il personaggio
Machu Picchu, quale Indiana Jones La scoprì un trafficante nell'800
ROMA - La cittadella sacra di Machu Picchu, uno dei tesori Inca che attrae ogni anno milioni di turisti in Perù, fu scoperta - e sistematicamente depredata - da un avventuriero tedesco nel 1867, 44 anni prima che l'esploratore americano Hiram Bingham la rivelasse al mondo occidentale, ottenendone fama e fortuna.
A scrivere il nuovo capitolo nella storia dell'affascinante sito andino è un gruppo di studiosi internazionali, che fa luce sulla figura di Augusto Berns, cercatore d'oro, tombarolo, trafficante di opere d'arte e saccheggiatore ufficiale dell'intera area sacra, col permesso delle autorità peruviane. E che parallelamente ridimensiona almeno in parte quella dell'archeologo americano di Yale, Bingham, che si disse il primo scopritore della città perduta e fu uno degli archeologi più famosi del 20esimo secolo, tanto da aver ispirato, secondo alcuni, il personaggio di Indiana Jones.
Ora, una serie di documenti scoperti negli archivi americani e peruviani dagli studiosi internazionali, fra cui lo storico americano Paolo Greer, testimonia che fu il tedesco Berns a scoprire invece Machu Picchu nella seconda metà dell'800, e che subito dopo diede vita ad una società per sfruttarne le ricchezze, la Companhia Anonima Explotadora de las Huacas del Inca (compagnia anonima per lo sfruttamento dei siti Inca) con il beneplacito del presidente di allora, Andres Avelino Caceres. Di più: nel 1887 il governo si accordò con Berns per permettergli di esportare il materiale depredato, dietro versamento di una percentuale pari al 10 per cento.
Nel diciannovesimo secolo, le autorità locali, in un periodo di pieno boom economico per il paese, diedero in concessione ad alcuni imprenditori attività minerarie oltre allo sfruttamento delle "huacas", antiche tombe e luoghi sacri inca: fra questi, l'intraprendente Berns. Uno dei documenti ritrovati da Greer datato 1874 testimonia la concessione mineriaria di Machu Picchu proprio al tedesco, proprietario di una segheria a Aguas Calientes, villaggio situato ai piedi della cittadella. Berns scoprì le rovine per caso, dai terreni attigui che possedeva. Intuì che potevano nascondere tesori e diverse strutture sotterranee completamente intatte che custodivano "sicuramente oggetti di grande valore, i tesori degli Inca".
Si mosse rapidamente e la sua compagnia - che godeva dell'appoggio di diversi personaggi influenti peruviani - vendette opere di enorme valore a collezionisti, università estere e musei. "Abbiamo la prova che Berns ed i suoi soci trovarono oro e diverse opere archeologiche a Machu Picchu, usando un'impresa che sfruttava la concessione mineraria per tutta l'area in cui giaceva la cittadella" spiega alla France Presse lo storico peruviano Carlos Carcelen. Assieme a questa prova, sfortunatamente, c'è ora anche la certezza che quei tesori vennero venduti all'estero, continua lo scienziato.
Costruita nel quindicesimo secolo dall'imperatore Inca Pachacuti come sua tomba - venne quasi certamente sepolto lì nel 1471 - Machu Picchu ha un alto valore simbolico per la cultura precolombiana. L'"antica montagna" in lingua Quechua, ha dato luogo a diversi miti e leggende ed era un luogo sacro. Invisibile dal basso, mai scoperta dai conquistadores spagnoli, fu usata come città cerimoniale segreta. Vi sorgeva un importante tempio dedicato al Sole, che, insieme alla tomba di Pachacuti, era ornato d'oro in grande quantità.
Una prima spoliazione di quell'oro avvenne nel 1532, nel tentativo di salvare - invano - con un ingente riscatto l'ultimo regnante Inca Atahualpa, catturato dai conquistadores. Il resto, probabilmente lo fece Berns. La rivelazione rischia di provocare nuove polemiche in Perù, dove il governo è impegnato in una disputa con l'università di Yale - quella di Bingham - per la restituzione di una gran quantità di artefatti che colui che è passato alla storia come lo scopritore ufficiale di Machu Picchu, nel 1911, aveva portato nel suo paese all'inizio del ventesimo secolo.
Le scoperte di Greer e colleghi, che saranno pubblicate sul prossimo numero della rivista South American Explorer, puntano ora a localizzare i tesori perduti, molti dei quali potrebbero essere finiti in collezioni private.
(6 giugno 2008)
April 28
Ue: Italia maglia nera d'Europa
Per Bruxelles l'economia del nostro Paese crescerà solo dello 0,5%, il valore più basso di tutti
BRUXELLES (BELGIO) - Ancora una previsione negativa sullo stato di salute dell'economia italiana. L'economia del nostro Paese crescerà dello 0,5% quest'anno e dello 0,8% nel 2009, nettamente al di sotto del potenziale che è dell'1,6% circa. Lo dice la Commissione Ue nel rapporto di primavera che ha riveduto al ribasso di quasi un punto percentuale la stima per il 2008 che era di +1,4% nel rapporto autunnale (poi aggiustato a +0,7% a inizio marzo) e ha dimezzato quella per il 2009 (da +1,6% in autunno). L'Italia, come già nel 2007, avrà la performance peggiore nell'Eurozona e nei 27 paesi dell'Ue e, dice la commissione, «il gap già negativo con la media dell'Eurozona, si allargherà ulteriormente». Il rapporto deficit Pil nel 2007 «per la prima volta dal 2002 è sceso sotto la soglia del 3%», attestandosi all'1,9%. Ma nel 2008 e nel 2009 risalirà rispettivamente al 2,3% e al 2,4% afferma ancora la Commissione Ue, sottolineando come quest'anno «il peggioramento è dovuto a spese aggiuntive e a tagli fiscali» e «riflette una crescita più bassa del Pil». Inoltre - spiega Bruxelles - anche «le maggiori entrate fiscali sono attese esaurirsi progressivamente per l'impatto ritardato del rallentamento dell'economia».
INFLAZIONE - E anche l'inflazione sarà elevata: si situerà in Italia per il 2008 al 3% di media. L'inflazione in Eurolandia si attesterà invece nel 2008 al 3,2%. Mentre nel 2009 scenderà al 2,2%. Per questo motivo la Commisione Ue invita tutti i governi ad «evitare l'innescarsi di spirali inflazionistiche che colpirebbero particolarmente le famiglie a basso reddito». Nell'Ue-27 l'inflazione si attesterà quest'anno al 3,6% e il prossimo al 2,4%. Sul banco degli imputati soprattutto «i crescenti prezzi dell'energia e dei prodotti alimentari».
STATO DI SALUTE DELL'ECONOMIA - Descrivendo una crescita "ben al di sotto" di quella della zona euro, Bruxelles evidenzia come «il persistente divario negativo di crescita con la media della zona euro si accrescerà ulteriormente nonostante l’esposizione relativamente modesta del settore bancario italiano alla crisi dei mutui subprime». Tra i problemi dell’economia italiana, la Commissione evidenzia «la persistente sfida per la produttività», con la produttività del lavoro destinata ad aumentare solo dello 0,2% nel 2008 e nel 2009. «La decelerazione della crescita dipende da tutte le componenti della domanda», si legge nel rapporto. «I consumi privati perderanno slancio per via dell’inflazione più alta e della fiducia in calo, anche se l’aumento degli stipendi e dell’occupazione sosterrà il reddito nominale disponibile. Il tasso di risparmio delle famiglie dovrebbe aumentare appena, in parte per via di effetti negativi per i patrimoni. Gli investimenti nel settore privato dovrebbero stagnare per via una calo dell’utilizzo di capacità e di condizioni finanziarie più strette, sia per il settore delle imprese, sia per le famiglie». «Per contrasto - si legge ancora nel rapporto - nel settore pubblico l’aumento degli investimenti, incluse le costruzioni non residenziali, dovrebbe rimanere sostenuto. Il calo della domanda estera e l’apprezzamento del tasso di cambio effettivo colpirà le esportazioni. Come risultato, il divario negativo della crescita italiana delle esportazioni aumenterà».
DEFICIT - «Sia il deficit che l'avanzo primario - spiega la Commissione Ue - sono previsti peggiorare» nel 2008. In particolare, Bruxelles punta il dito sul «posticipo al 2008 dell'impatto di alcuni nuovi trasferimenti sociali, investimenti e tagli dell'Irap originariamente pianificati nel 2007». Inoltre, «gli sviluppi positivi registrati sul fronte delle casse dello Stato nei primi tre mesi del 2008 riflettono ancora le entrate maggiori delle attese, combinate con un controllo delle esecuzioni di spesa. Ma - sottolinea Bruxelles - le maggiori entrate si esauriranno progressivamente sotto l'impatto ritardato del rallentamento dell'economia e la scomparsa di alcuni fattori temporanei». «Sono poi attese alcune sentenze - ricorda la Commissione Ue - che riguardano in particolare la non deducibilità dell'Irap. E ancora, il risultato di alcuni cambiamenti sostanziali nella tassazione societaria introdotti dalla Finanziaria 2008 è caratterizzato da una considerevole incertezza». Il deficit è quindi atteso «risalire leggermente nel 2009 al 2,4%. Questo incremento marginale - spiegano gli uffici del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia - è guidato da un ribasso delle tasse sul reddito di impresa, così come dal risultato sia di misure discrezionali sia del negativo ciclo economico». «La spesa resterà ampiamente stabile - prosegue la Commissione Ue - con un aumento netto delle remunerazioni nel 2008 che non si ripeterà».
RISCHIO PER LE FAMIGLIE A BASSO REDDITO - Secondo Almunia «La crescita economica sta rallentando nella Ue e nell’Area euro e l'attuale pressione inflazionistica importata è una questione che preoccupa. Nonostante che le nostre economie abbiano dimostrato fino ad oggi elasticità nei confronti degli shock esterni - continua Almunia in una nota - e continui ad esserci, anche se rallentata, un creazione di posti di lavoro, abbiamo bisogno di insistere in vigorose politiche macroeconomiche evitando con grande attenzione l’avvio di una spirale inflazionistica che colpirebbe in particolare le famiglie a più basso reddito».
28 aprile 2008
April 19 ATTUALITÀ IL SUD CHE NON TI ASPETTI: Viaggio a Mercato San Severino, nel Salernitano,
E adesso, benvenuti nella Campania pulita
Raccolta porta a porta. 60% di differenziata. Un sindaco che trasforma la spazzatura in posti di lavoro
MERCATO SAN SEVERINO (Salerno) - «Non c’è niente da fare, la battaglia contro la monnezza è una battaglia culturale». A dirlo, nel suo ufficio al primo piano del palazzo comunale, dimora patrizia di epoca vanvitelliana ristrutturata e conservata ad arte, è Giovanni Romano, vicesindaco. Benvenuti a Mercato San Severino, 25mila abitanti sparsi in 22 frazioni per un totale di 31 chilometri quadrati di territorio. Siamo in provincia di Salerno, 13 chilometri nell’entroterra alle spalle della città e 50 chilometri appena da Napoli. Ma qui gli echi della lotta ai cumuli di spazzatura che arrivano ai primi piani delle case sembrano racconti di un altro mondo. «Noi siamo ormai a più del 60% di raccolta differenziata. Sono numeri consolidati, che ci hanno fatto vincere la palma di Comune riciclone», spiega Romano.
È lui il deus ex machina della vittoria sulla spazzatura. Sono 14 anni che studia il problema e si inventa sistemi per risolverlo. Spulciando tra le leggi dello Stato e i regolamenti per attuarle. Prima con due mandati da sindaco, adesso come seconda poltrona del Comune salernitano. E la svolta, quella da record, l’ha messa in piedi proprio lui, tra i primi in Italia. «A metà 2005 abbiamo abbandonato la Tarsu, la tassa sui rifiuti, e l’abbiamo sostituita con la Tia, la tariffa di igiene ambientale », spiega. Che, tradotto in parole povere, vuol dire per i cittadini una cosa non da poco. Cioè: più riciclo, più risparmio.
Il meccanismo è semplice: per lo smaltimento dei rifiuti, tutti i cittadini di Mercato San Severino devono al Comune una quota fissa annuale che è calcolata sulla superficie occupata dalla famiglia e sul numero delle persone della famiglia. Poi c’è una quota variabile calcolata sulla quantità “presunta” di rifiuti prodotti dalla stessa famiglia. Ed è qui che scatta il colpo di genio di Giovanni Romano: «Abbiamo messo in piedi un sistema che permette di sapere esattamente quanti rifiuti produce ogni nucleo familiare. Chi ricicla di più vince un bonus sotto forma di sconto sulla parte variabile della tariffa».
Le bollette per i rifiuti sono quattro all’anno, nell’ultima il Comune scala tutti gli “sconti” a cui la famiglia ha diritto. Un esempio? La signora Filomena Acconcia, casalinga, vive al sesto piano di un palazzo poco distante dal Comune. «In famiglia siamo in cinque», racconta. «Io, mio marito, i miei due figli e mio papà. Di quota variabile dovremmo pagare circa 90 euro all’anno, ma facciamo bene la differenziata e così a fine anno il Comune ci sconta ben 40 euro su 90. Un bel risparmio». «Il sistema », spiega il vicesindaco, «funziona con semplici codici a barre che i cittadini devono mettere sui sacchi della spazzatura differenziata. Noi del Comune, a inizio di ogni anno, forniamo tutto il materiale: i sacchi, i codici a barre, e un calendarietto in cui sono segnati i giorni di raccolta». Sì, perché a Mercato San Severino la monnezza si raccoglie porta a porta tutti i giorni della settimana.
Non esistono cassonetti in strada e nemmeno campane colorate. Tutti i rifiuti, di ogni genere, scientificamente separati, sono prelevati davanti alle porte di casa delle famiglie e dei 1.500 esercizi commerciali da squadre di operatori ecologici che entrano in servizio alle quattro della mattina e lavorano fino alle undici passando al setaccio ogni giorno tutto il territorio del Comune. Così il bravo cittadino “riciclone” tiene in casa i suoi contenitori colorati in cui dividere i rifiuti (umido, carta e cartone, plastica, alluminio e banda stagnata, secco non riciclabile) e, nei giorni stabiliti, mette il suo codice a barre sul sacco pieno e lo piazza fuori della porta di casa. «Così noi del Comune possiamo calcolare la quantità di rifiuti che fa la famiglia semplicemente moltiplicando il peso dei rifiuti che ogni sacco può contenere (che noi abbiamo già calcolato) per le volte che la famiglia ci dà il sacco pieno».
E non basta. Ognuno può controllare a che punto sono i suoi “sconti” andando in una parte dedicata del sito del Comune. Ma tutto questo meccanismo quanto costa alle casse comunali? Dice ancora Romano: «Pensi che da quando abbiamo messo a regime questo sistema risparmiamo quasi il 6% rispetto alla raccolta indifferenziata. E in più diamo lavoro a 26 persone che gestiscono la raccolta porta a porta». Ventisei giovani dipendenti di una società, la Ge.se.ma. Spa, che è al 51% di proprietà del Comune e per il 49% di Italia Lavoro. Che si portano a casa uno stipendio medio di 1.400 euro al mese per sei giorni di lavoro alla settimana. «E risparmiamo anche se abbiamo dovuto organizzarci a portare l’umido addirittura in Sicilia con dei container perché nella nostra regione non ci sono impianti di compostaggio. Con un costo a tonnellata che invece di 45 euro schizza fino a 145».
Intanto in giro non si trova una cartaccia nemmeno a pagarla a peso d’oro. Girando a piedi per le vie del centro e setacciando le 22 frazioni in cui sono sparsi gli abitanti di Mercato San Severino, sembra un po’ di essere nei cantoni della Svizzera. Tutto lindo, pulito e profumato. Così perfetto che questa “oasi” della Campania (regione governata da Antonio Bassolino, che proprio sulla monnezza ha ricevuto un avviso di garanzia) è addirittura diventata modello per molti Comuni del Nord. «Pare incredibile», racconta soddisfatto Giancarlo Troiano, responsabile amministrativo del Comune, «ma da noi sono arrivati a studiare il sistema della raccolta differenziata addirittura dalla provincia di Cuneo. E la Regione Lombardia ci ha contattato perché le facessimo da consulenti. Una bella soddisfazione, no?».
Enrica Barazzi 18 aprile 2008(ultima modifica: 19 aprile 2008) April 16 Ma l'istituto di sanita' tranquillizza: «limiti nella norma»
Usa, allarme sulle bottiglie di plastica «Sono tossiche». Sotto esame dalla Fda
Contengono una sostanza, il Bpa, che potrebbe aumentare il rischio di tumori e causare problemi neurologici
MILANO - In America è ancora allarme sulla sicurezza delle bottiglie di plastica, che contengono una sostanza chimica, il bisfenolo A (Bpa), forse nociva: potrebbe infatti accelerare la pubertà, aumentare il rischio di tumori a seno e prostata, dare problemi neurologici.
Basato su risultati preliminari ottenuti nell'ambito del National Toxicology Program (NTP), istituito dai National Institutes of Health statunitensi, il timore per la salute legato all'esposizione al Bpa è stato sollevato da John Dingell, Democratico del Michigan e portavoce della House of Representatives Energy and Commerce Committee. Dingell ha chiesto alla Food and Drug Administration di riconsiderare la propria posizione sul Bpa sulla base dei risultati dell'NTP.
PERICOLI - Il bisfenolo A, sostanza organica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori e rivestimenti interni di lattine), non è nuovo, per la verità ad allarmi per possibili rischi per la salute umana legati all'eventualità che il Bpa migri dagli imballaggi ai cibi. Per questo motivo le autorità regolatorie fissano i limiti di sicurezza per questa e altre sostanze. Secondo l'autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), questo limite è di 5 microgrammi al giorno per ogni chilogrammo di peso corporeo. In basse agli ultimi studi del National Toxicology Program su roditori sarebbero molti gli effetti nocivi del Bpa. «Sulla base dei suoi effetti sulle ghiandole prostatica e mammarie - si legge nel responso - non si può escludere la possibilità che il Bpa sia nocivo soprattutto nell'età dello sviluppo; servirebbero ulteriori indagini». E intanto in Canada, il Ministro della Salute potrebbe essere il primo a dichiarare pericoloso il Bpa e a decidere sul suo utilizzo. E due importanti catene della grande distribuzione canadese hanno già deciso di ritirare dal commercio le bottiglie e i prodotti che contengono il bisfenolo A.
LA PRECISAZIONE - Le autorità italiane però smorzano i toni dell'allarme. L'esposizione al Bpa è infatti oggi sotto i limiti considerati di «tollerabilità» dalle autorità europee, sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili. La precisazione arriva dall'esperta dell'Istituto superiore di sanità (Iss) Maria Rosaria Milana. Il punto, osserva l'esperto chimico, è che «non è dimostrato che tali effetti nocivi sulla salute possano verificarsi anche a basse dosi di esposizione». Attualmente, vari studi sono in corso per verificare le esposizioni al Bpa. Ad ogni modo, rassicura Milana, «le autorità europee hanno fissato dei limiti «soglia» di sicurezza e le quantità di Bpa che eventualmente potrebbero «migrare» dall'imballaggio al prodotto alimentare sono, comunque, ben al di sotto di tali limiti ritenuti tollerabili per l'organismo umano». E questo vale anche per i biberon in plastica. «Oggi, quindi - conclude la specialista dell'Iss - precisi limiti di sicurezza sono previsti, ma è chiaro che, a fronte di nuovi ed eventuali dati scientifici validi circa gli effetti del Bpa, questi limiti andrebbero rivalutati».
16 aprile 2008
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